☯️💖🙏🎄CONFUCIO - "STORIA DEL PENSIERO CINESE" DI ANNE CHENG
Buongiorno e bentrovati a tutti!!!
Con piacere vi do il benvenuto al secondo appuntamento con "Storia del pensiero cinese", la fondamentale opera di Anne Cheng che nello scorso post ci ha guidati sapientemente attraverso le basi del pensiero cinese.
Ricordandovi che quanto tratto da quest'opera proviene dalla (unica credo) edizione Piccola Biblioteca Einaudi, direi di non perderci ulteriormente in chiacchiere per entrare nel vivo dell'argomento: dopo una prima, davvero intensa parte nella quale l'autrice doveva porre delle basi di ragionamento comuni sulle quali proseguire nell'illustrare oltre 3.000 anni di storia, da questo momento in poi la narrazione si fa più scorrevole, andando a toccare, uno per uno, i protagonisti di quella favolosa e densa di intuizioni epoca denominata come "degli Stati combattenti", o "delle Cento scuole" (di pensiero).
Oggi andremo a conoscere meglio un'icona del pensiero cinese, divenuta globale e quasi paradigmatica di saggezza e sagacia: CONFUCIO (Kong Fuzi).
PARTIAMO!!!
"Confucio non rappresenta soltanto un uomo o un pensatore, o una scuola di pensiero, ma un vero e proprio fenomeno culturale che si fonde con il destino di tutta la civiltà cinese. Tale fenomeno, comparso nel V secolo prima della nostra era, è durato per duemilacinquecento anni e perdura ancor oggi, dopo aver subito molteplici trasformazioni ed esser sopravvissuto a parecchie vicissitudini. Se Confucio è uno dei rari nomi di spicco nella cultura generale riguardo alla Cina e se è divenuto una figura della cultura universale allo stesso titolo di Buddha, di Socrate, di Cristo o di Marx, ciò si deve al fatto che con lui accade qualcosa di decisivo, ossia si produce un "salto qualitativo", non soltanto nella storia della cultura cinese, ma anche nella riflessione dell'uomo sull'uomo. CONFUCIO SEGNA IN CINA LA GRANDE APERTURA FILOSOFICA CHE SI RISCONTRA PARALLELAMENTE NELLE ALTRE 3 GRANDI CIVILTA' DELL0'"ETA' ASSIALE" DEL PRIMO MILLENNIO PRECEDENTE L'ERA CRISTIANA: MONDO GRECO, EBRAICO E INDIANO. Come nel caso del Buddha o dei pensatori presocratici, [...] con Confucio si avverte che il dado è tratto:[...] non sarà più possibile in seguito pensare altrimenti che situandosi in rapporto a tale figura fondatrice.
[...] a differenza dei suoi contemporanei indiani o greci, Confucio non è né un filosofo all'origine di un sistema di pensiero, né il fondatore di una spiritualità o di una religione. [...] Da che cosa dipende, dunque, la sua eccezionale rilevanza? Senza dubbio dal fatto che ha formato l'uomo cinese per più di due millenni ma, ancor più, DAL FATTO CHE HA PROPOSTO PER LA PRIMA VOLTA UNA CONCEZIONE ETICA DELL'UOMO NELLA SUA INTEGRALITA' ED UNIVERSALITA'.
Come tutti sanno, Confucio è la latinizzazione, operata dai gesuiti missionari in Cina a partire dal XVI secolo, del nome cinese KONGFUZI (maestro Kong). Le scarse notizie biografiche che possediamo ci sono fornite da opere a lui di molto successive. Ma in un piccolo libro, intitolato "I Dialoghi" e compilato sulla base degli appunti dei discepoli e dei loro allievi, sono riferite in forma di discorso diretto, le parole del Maestro. Si tratta della testimonianza più viva che ci sia pervenuta sulla sua personalità e sul suo insegnamento, e di una fonte costante di ispirazione per la cultura cinese. Secondo le date tradizionali (551-479 a.C.) Confucio sarebbe vissuto fino all'età di settantadue anni; per questa ragione, indubbiamente, è sempre rappresentato con i tratti di un augusto vecchio colmo di saggezza. Era originario del piccolo principato di Lu (nell'attuale provincia costiera dello Shandong) [...] e vicino - sia per parentela che geograficamente - alla casa reale dei Zhou, il che spiega il profondo attaccamento di Confucio alla dinastia e ai suoi valori. Benché sembri esser stato di ascendenza aristocratica, Confucio nei Dialoghi fa allusione a una giovinezza di condizione modesta. Confucio è rappresentativo [...] del ceto degli "shi" [...] che finiranno per formare la nota categoria dei letterati-funzionari della Cina Imperiale. Del resto Confucio fu assai presto impegnato nella vita politica di Lu, dapprima ricoprendo incarichi amministrativi subalterni e infine come ministro della giustizia.
La leggenda vuole che Confucio abbia allora lasciato il paese natale, in segno di dissenso nei confronti del malgoverno del suo sovrano. Sta di fatto che, verso la cinquantina, egli rinuncia definitivamente alla carriera politica, avendo compreso che essa implica inevitabilmente il compromesso con sovrani che hanno perduto il senso del mandato celeste. In nome di un mandato che è consapevole di aver ricevuto direttamente dal Cielo, egli persegue la sua ricerca della Via e inizia una peregrinazione durata una dozzina d'anni attraverso vari principati. Deluso dal sovrano del suo paese, egli si propone di offrire i suoi servizi e i suoi consigli ad altri, pare senza grande successo. Confucio è noto tra i suoi contemporanei come colui "che si ostina a voler salvare il mondo, pur sapendo che è fatica vana". A più di sessant'anni, fa ritorno a Lu, dove trascorre gli ultimi anni della sua vita a insegnare a discepoli sempre più numerosi. E' in tale periodo che, secondo la tradizione, avrebbe composto, o quanto meno riordinato, i testi che gli sono attribuiti, e che per tale ragione rivestono carattere canonico. Di fatto, questi esistevano già all'epoca di Confucio, che se ne è servito nel suo insegnamento e, ciò facendo, li ha indubbiamente rimaneggiati e reinterpretati [...].
Nei "Dialoghi" [...] la parola di Confucio è, da subito e risolutamente, incentrata sull'uomo e sulla nozione di quanto è umano, che rappresenta il fulcro di quest'insorgenza filosofica. Tre poli emergono come essenziali nell'articolazione del suo insegnamento: l'apprendimento , la qualità peculiare dell'uomo e lo spirito rituale. Nei "Dialoghi" [...] in sostanza, si tratta del modo di diventare integralmente un essere umano. [...] Confucio fu innanzitutto un maestro, e il suo pensiero si radica interamente nel suo insegnamento.
PER LUI, INNANZITUTTO C'E' L'APPRENDIMENTO, E IL RUOLO CENTRALE CHE EGLI VI ATTRIBUISCE CORRISPONDE ALLA SUA INTIMA CONVINZIONE CHE LA NATURA UMANA SIA EMINENTEMENTE PERFETTIBILE: L'UOMO - OGNI UOMO - SI DEFINISCE COME UN ESSERE CAPACE DI MIGLIORARE, DI PERFEZIONARSI ALL'INFINITO. PER LA PRIMA VOLTA IN UNA CULTURA ARISTOCRATICA E FORTEMENTE STRUTTURATA IN CASTE E IN CLAN, SI HA UN'INTEGRALE CONSIDERAZIONE DELL'ESSERE UMANO. NON DICE FORSE IL MAESTRO: "IL MIO INSEGNAMENTO E' RIVOLTO A TUTTI, SENZA DISTINZIONE"?. TALE ATTEGGIAMENTO SI PUO' DUNQUE DEFINIRE COME UNA SCOMMESSA UNIVERSALE SULL'UOMO ISPIRATA A UN FONDAMENTALE OTTIMISMO NEI SUOI CONFRONTI, ANCHE SE CONFUCIO NON GIUNGE AD AFFERMARE ESPLICITAMENTE, COME FARA' PIU' TARDI MENCIO, CHE LA NATURA UMANA SIA BUONA. [...]
Confucio non inizia con una qualche dottrina, ma con la decisione di apprendere assunta dall'essere umano che si impegna nel cammino dell'esistenza. Non si tratta di un procedimento intellettuale, quanto piuttosto di un'esperienza di vita.[...] L'apprendimento è un'esperienza che si pratica, che si condivide con altri e che è fonte di gioia, in se stessa e di per se stessa. Altrove, Confucio afferma che "gli antichi apprendevano per se stessi e non per gli altri", nel senso che non cercavano né il prestigio né l'approvazione altrui. [...] Si tratta di apprendere, non per gli altri, ma dagli altri.
[...] L'educazione, secondo Confucio, non può quindi essere meramente libresca. Certamente il suo insegnamento dà grande rilievo allo studio dei testi antichi, ma ciò che conta non è tanto una conoscenza di ordine teorico che valga in sé e per sé, quanto le sue implicazioni concrete e pratiche. L'importante dunque è "sapere come" piuttosto che "sapere cosa", poiché la conoscenza consiste innanzitutto nello sviluppo di un'attitudine piuttosto che nell'acquisizione di un contenuto intellettuale. [...] LA FINALITA' PRATICA DELL'EDUCAZIONE CONSISTE NELLA FORMAZIONE DI UN UOMO CAPACE DI SERVIRE LA COMUNITA', SUL PIANO POLITICO, E DI DIVENTARE UN "UOMO DI VALORE" SUL PIANO MORALE; i due ambiti si identificano, in quanto servire il proprio sovrano è paragonabile a servire il proprio padre.
In un'epoca in cui l'educazione costituisce il privilegio di un'élite, Confucio afferma che tale privilegio dev'essere apprezzato in tutto il suo valore e accompagnato da un senso di responsabilità. Lungi dall'intento di sovvertire l'ordine gerarchico facendo dell'educazione una modalità di ascesa sociale, [...] Confucio lo sancisce, ma immettendovi un significato morale: la responsabilità dei membri dell'élite colta è precisamente quella di governare gli altri per il loro maggior bene. [...]
Un termine assai frequente nei "Dialoghi" è "junzi" (lett. "figlio di signore"), che generalmente designa nei testi antichi di ogni membro dell'alta nobiltà, e che nel linguaggio di Confucio assume un senso nuovo, in quanto la "qualità" dell'uomo nobile non è più determinata esclusivamente dalla sua nascita, ma dipende anche e soprattutto dal suo valore come essere umano completo. [...] La grande meta dell'apprendere è dunque diventare "uomo di valore". [...]
COME TUTTI I PENSATORI CINESI, CONFUCIO PARTE DA UNA CONSTATAZIONE ASSAI SEMPLICE E ALLA PORTATA DI TUTTI: LA NOSTRA "UMANITA'" NON E' UN DATO, MA LA SI COSTRUISCE E LA SI INTESSE NELLE MUTUE RELAZIONI FRA GLI INDIVIDUI E MELLA RICERCA DI UN'ARMONIA COMUNE. L'INTERA STORIA UMANA COME LA NOSTRA ESPERIENZA INDIVIDUALE CI ATTESTANO INEQUIVOCABILMENTE CHE UMANI NOI NON LO SIAMO MAI ABBASTANZA E CHE NON FINIREMO MAI DI DIVENTARLO MAGGIORMENTE.
IL SENSO DELL'UMANITA' ("ren") - [...] Si può dire che il Ren è la grande idea nuova di Confucio, la cristallizzazione della sua scommessa sull'uomo. [...] Ren, che si potrebbe tradurre come "qualità umana" o "senso dell'umanità", è ciò che costituisce fin da principio l'uomo come essere morale nella rete delle sue relazioni con gli altri, la cui armoniosa complessità è ad immagine dell'universo stesso. [...] Ren appare un valore che Confucio colloca molto ini alto, tanto in alto da non riconoscerlo praticamente a nessuno (e soprattutto non a sé stesso) se non , a rigore, alle mitiche figure dei santi dell'antichità. [...]
Ai suoi discepoli che gli chiedono se vi sia una parola capace di guidare la condotta di tutta una vita, il Maestro risponde:
"MANSUETUDINE (shu) NON E' FORSE LA PAROLA CHIAVE? CIO' CHE NON VUOI SIA FATTO A TE, NON FARLO AGLI ALTRI."
La parola shu, la cui grafia introduce una relazione analogica fra i cuori, significa "considerare gli altri come si considera sé stessi":
"PER PRATICARE REN OCCORRE COMINCIARE DA SE' STESSI: DESIDERARE LA SICUREZZA ALTRUI QUANTO LA PROPRIA, AUSPICARE IL SUCCESSO ALTRUI QUANTO IL PROPRIO. ATTINGI IN TE L'IDEA DI CIO' CHE PUOI FARE PER GLI ALTRI - QUESTO TI PORRA' SULLA VIA DI REN" [...]
"LA VIRTU' DEL MEZZO GIUSTO E COSTANTE NON E' FORSE L'ESIGENZA SUPREMA?"
Questo "Mezzo giusto e costante", che sarebbe divenuto il titolo di un testo essenziale per tutta la tradizione cinese ("Il Giusto Mezzo") è il "bene supremo" al quale tende ogni esistenza il cui divenire passa necessariamente attraverso il mutamento e lo scambio. Si tratta di un'esigenza di equilibrio, d'equità e di misura che non cede mai a quanto è impulsivo ed eccessivo, all'interessa immediato, al calcolo parziale, al capriccio momentaneo o al cinismo, inclinazioni che rovinano ogni possibilità di vita duratura e affidabile. [...] E' tramite questo lavoro su sé stessi che si è in grado di estendere la propria mansuetudine a coloro che fanno parte dell'ambiente circostante. Occorre nondimeno affrettarsi a precisare che la relazione di reciprocità non è per nulla egualitaria; è solamente il comportamento di colui che si ispira, nei confronti degli altri, a quello a cui si atterrebbe se egli fosse al loro posto e gli altri al suo. Tale relazione non consiste affatto nel porre la persona che ci sta di fronte e ci è inferiore sul nostro stesso piano, ma conserva integralmente tutte le relazioni della gerarchia sociale così come sono.
[...] Ren si manifesta dunque in virtù eminentemente relazionali in quanto fondate sulla reciprocità e sulla solidarietà, di cui ancor oggi si può misurare l'importanza nei legami gerarchici e vincolanti che caratterizzano la società e le comunità cinesi. LA RELAZIONE CHE IN NATURA FONDA L'APPARTENENZA DI OGNI INDIVIDUO AL MONDO COME ALLA COMUNITA' UMANA E' QUELLA DEL FIGLIO NEI CONFRONTI DEL PADRE, LA PIETA' FILIALE (xiao). La pietà filiale è dunque la chiave di volta di Ren, in quanto è l'esempio per eccellenza del legame di reciprocità. [...] La risposta naturale di un figlio all'amore che gli portano i suoi genitori, si può concretizzare soltanto quando il figlio abbia raggiunto egli stesso l'età adulta, nel momento in cui i genitori siano a loro volta divenuti dipendenti, e persino oltre la loro morte, nel lutto portato per tre anni, equivalente al tempo che occorre al bambino per uscire dall'ambito della stretta dipendenza dai genitori. [...] Come suggerisce l'adagio dei dialoghi "Fra i quattro mari, tutti gli uomini sono fratelli", Ren all'inizio è il sentimento di benevolenza e di fiducia esistente fra i membri di una stessa famiglia virgola e che può pagarsi via via virgola di prossimo in prossimo, con l'allargarsi della comunità alla dimensione di tutto un paese persino dell'umanità intera. [...] Per Confucio essere umani equivale ad essere in relazione con gli altri virgola e la natura di tale relazione è percepita come rituale. [...] l'espressione divenuta celebre "vincere il proprio io per rivolgersi ai riti", addita la necessità di un'ascesi volta a disciplinare la tendenza all'egocentrismo e ad interiorizzare ritualmente l'umanità delle proprie relazioni con gli altri.
[...] nel pensiero di Confucio, Ren e spirito rituale sono indissociabili. Questi due termini, che sono i più frequentemente utilizzati nei dialoghi, di fatto designano due aspetti di una sola medesima cosa: la concezione confuciana di ciò che è umano.
Nei suoi riferimenti al li, Confucio allude spesso all'origine religiosa del termine. [...] Tuttavia ciò che interessa Confucio nel li, e ciò che egli ne recupera, non è l'aspetto propriamente religioso del sacrificio la divinità, ma l'atteggiamento rituale di colui che vi partecipa. Tale atteggiamento [...] Si traduce esteriormente in un comportamento formalmente controllato. [...] Si ha qui un'etica che trova la sua giustificazione in sé stessa, nella sua propria armonia. Ne consegue la naturale associazione dei riti e della musica, espressione per eccellenza dell'armonia:
"Il maestro disse: un uomo si desta con la lettura delle odi, si consolida con la pratica del rituale, si perfeziona con l'armonia della musica "
Si sarà ormai compreso che la nozione di Lee rovescia l'idea corrente del ritualismo come Meri etichette vaco cerimoniale, come insieme di atteggiamenti convenzionali puramente esteriori la cui esemplificazione caricaturale è data dal cinese che si profonde inchini. [...]
Si tratta di una forma che, quantomeno nell'ideale etico confuciano, si identifica totalmente con la sincerità dell'intenzione. [...] Il campo d'azione dei riti si sposta dall'ambito delle relazioni fra l'umane e sovrannaturale all'ambito dei rapporti esistenti fra gli uomini. [...] Di fatto si ha uno spostamento del sacro dall'ambito propriamente religioso alla sfera dell'umano.
NELLA TRADIZIONE CONFUCIANA, PIÙ IN GENERALE NELLA CULTURA CINESE, IL COMPORTAMENTO RITUALE COSTITUISCE IL CRITERIO DI DISTINZIONE FRA L'UOMO E L'ANIMALE, E RAPPRESENTA PURE LA DEMARCAZIONE FRA ESSERE CIVILIZZATI E "BARBARI", CHE NON È RICONDUCIBILE QUINDI A FATTORI MERAMENTE ETNICI.
[...] L'apprendimento, il senso dell'umanità e lo spirito rituale formano una sorta di tripode su cui si fonda la scommessa confuciana. [...] L'incarnazione di questa Trinità è l'uomo di valore non solo nell'ambito individuale dell'etica, ma anche soprattutto nel suo prolungamento che la pratica politica del sovrano degli uomini. [...] Non v'è soluzione di continuità fra etica e teoria politica, in quanto la seconda altro non è che un'estensione della prima alla dimensione comunitaria. [...] Di conseguenza, il pensiero confuciano ha sempre operato sul doppio versante della coltivazione morale personale e del compito di dare ordine al paese. [...] La nozione chiave del governo confuciano in effetti non è quella di potere, Ma quella di armonia rituale. Il carisma personale del sovrano, possiede l'efficacia del sacro per la sua capacità di armonizzare i rapporti umani, senza per questo dipendere dalle divinità a cui si rivolgono i riti propriamente religiosi. [...]
Sul piano politico, l'educazione è altrettanto centrale che nello sviluppo dell'individuo. In un governo fondato su Ren, il sovrano si preoccupa innanzitutto di educare i suoi sudditi. Il sovrano non è al suo posto per costringere, ma per trasformare, mediante l'esempio e limitazioni di modelli piuttosto che tramite la conformità norme o a principi stabiliti a priori.
[...] Nella parola zheng, piuttosto dell'idea di governare c'è quella di ordinare il mondo contenuta nella nozione di zhi termine che originariamente significa "curare un organismo malato" nel senso di ristabilirvi un equilibrio perduto. [...] In altri termini, l'arte di governare è una questione di carisma personale che si tratta di possedere di coltivare. L'adeguamento del corpo socio politico alla rettitudine morale del sovrano conferisce tutta la densità del suo significato ritualistico alla necessità di "rettificare i nomi" [...] Che la teoria di rettificazione dei nomi sia stato no formulata da Confucio stesso, l'idea di un adeguamento fra nome e realtà in forma tutto il pensiero confuciano. Vi si ritrova in effetti la convinzione che esista una forza inerente al linguaggio che esprime la dinamica delle relazioni umane ritualizzate e che non ha dunque bisogno di emanare da un'istanza trascendente. L'adeguamento si effettua in due sensi: occorre agire sui nomi in modo che essi si applichino solamente a quelle realtà che li meritano, ma anche agire sulla realtà delle cose in modo che esso coincidano con i nomi convenzionali.
Questa ricerca di un adeguamento rituale fra nomi e realtà è la forse tarda traduzione del sogno confuciano di un mondo non sottoposto a leggi da di un governo, fosse anche ideale ma capace di darsi da sé equilibri e armonia come al tempo del mitico sovrano Sun, che si limitava a restar seduto rivolto a sud, incarnando così un non agire di stampo prettamente taoista. Vi è in Confucio una grande nostalgia dell'originario accordo della vicenda umana con il corso naturale delle cose in cui il tao si manifestava spontaneamente, senza dover essere esplicitato in discorsi e in principi. [...]
Il genio di Confucio in effetti consiste nel essere riuscito ad interiorizzare come valori etici, pur senza modificarli, i principi della tradizione istituzionale che egli si era dato il compito di restaurare. [...] L'insegnamento di Confucio integra lo studio, il senso dell'umanità e i riti in una visione unica di ciò che costituisce una tradizione di civiltà, ossia una cultura. [...] Vi è in Confucio una tensione costante fra la lettera testuale e lo spirito rituale, fra l'ampliamento della conoscenza e dell'esperienza e la capacità di rapportarla è un'esigenza di carattere morale. [...] La formazione dei testi canonici è indissociabile dal nome di Confucio, [...] 2 libri, in particolare, risultano da lui citati con maggior frequenza ed occupano un posto privilegiato fra i sei classici catalogati all'inizio dell'epoca han: si tratta dei Documenti e delle Odi.
I primi contengono discorsi, trattati, consigli e istruzioni attribuite ai sovrani dell'antichità e ai loro ministri. [...] Le odi, che vennero a costituire ben presto una fonte di riferimento per l'élite dei letterati, ci sono pervenute in numero di 305.
Composte e raccolte sotto i Zhou, esse comprendono sia arie popolari di diverse parti del regno sia odi di corte che evocano gli eventi ufficiali o il culto ancestrale. In Confucio sono pure frequenti riferimenti ai riti e alla musica; non v'è peraltro modo di stabilire in tali casi se si tratti di testi, e in quali misura questi ultimi corrispondono dunque ai Riti e alla Musica che figurano fra i sei classici degli Han, nel cui repertorio sono inoltre inclusi I Mutamenti (I Ching) e le Primavere ed Autunni.
I Mutamenti, la cui origine indubbiamente risale alla più remota antichità, sono oggetto soltanto di una menzione di tubi autenticità nei dialoghi e se ne tratterà in seguito in un capitolo a parte, a causa della loro fondamentale importanza per l'insieme del pensiero cinese.
Quanto al libro delle Primavere ed Autunni, non è menzionato neppure una volta nei dialoghi, benché sia strettamente associato a Confucio nella tradizione successiva. [...]
Nel II secolo a.C., allorché si apre con la dinastia Han l'epoca imperiale, il primo grande storico cinese SIMA QIAN (145-86 a.C.) così descrive la complementarità dei Sei Classici:
"Il Classico dei Mutamenti, che tratta del Cielo e della Terra, dello Yin e dello Yang, delle Quattro Stagioni e dei Cinque Elementi, è lo studio del divenire per eccellenza; le Memorie sui riti, che definiscono i rapporti fra gli uomini, sono lo studio della condotta; il Classico dei Documenti, che ci tramanda le gesta dei re dell'antichità, è lo studio della politica; il Classico delle Odi, che canta monti e fiumi, vallate e burroni, alberi ed erbe, animali ed uccelli, maschi e femmine, è l'espressione per eccellenza della poesia; il Classico della Musica, in cui la gioia di esistere trova la sua espressione, è lo studio dell'armonia; gli Annali delle Primavere ed Autunni, sono lo studio del governo dell'umanità."
[...] Il canone non è concepito come un corpus chiuso e immutabile: ogni testa è essenziale per "chiarire i principi del cielo e rettificare lo spirito degli uomini" può diventare un classico. Sia da allora messo in rapporto la senza omogeneità del materiale canonico confuciano con il suo orientamento non teocentrico, in quanto le scritture non sono un luogo in cui Dio parla agli uomini, come accade nelle tradizioni rivelate, il cui fondamenti scritturali appaiono, in paragone, più omogenei. Tutti gli elementi che caratterizzano i classici (l'eterogeneità dei materiali, l'assenza di una rivelazione, la mutevolezza del corpus, l'assenza di un monopolio da parte di una corrente particolare, eccetera) CONCORRONO AD ESCLUDERE LE NOZIONI DI ETERODOSSIA O DI ERESIA DALLA CONCEZIONE CINESE DELLA CANONICITÀ.
[...] Il principale criterio di sanzione per l'ingresso nel corpus canonico resta legato alla scrittura che partecipa al passaggio, descritto nel capitolo precedente, da una pratica divinatoria un pensiero cosmologico.
I SEGNI SCRITTI, NEL LORO LEGAME ORIGINARIO CON LA DIVINAZIONE, SONO INVESTITI DI UN POTERE MAGICO, INCANTATORIO, CHE RESTERÀ ALLORA ASSOCIATO IN TUTTE LE FORME ULTERIORI DELLE ESPRESSIONI SCRITTA, E IN PARTICOLARE NELLA POESIA E NELLA CALLIGRAFIA. [...] MA TALE POTERE DERIVA DAL FATTO CHE INSEGNA ADERISCONO SENZA MEDIAZIONE ALLE LINEE NATURALI DELL'UNIVERSO. UNA TALE SCRITTURA DUNQUE NON LASCIA ALCUNO SPAZIO E L'ESPRESSIONE INDIVIDUALE. [...] IL TESTO, IN QUANTO TRAMA, SI LIMITA A FAR APPARIRE I MOTIVI FONDAMENTALI DELL'UNIVERSO, NON VI SI SOVRAPPONE COME DISCORSO SULL'UNIVERSO. IN QUESTO SENSO, I CLASSICI RAPPRESENTANO LA TRAMA DELL'UNIVERSO STESSO TRASCRITTA, TRASPOSTA IN SEGNI: INVECE DI SEPARARE L'UOMO DAL MONDO, ESSA ANNODA FRA L'UOMO E IL MONDO UN INTIMO LEGAME.
[...] Ciascuno dei classi si rappresenta un genere specifico di letteratura, Ma se li si considera nel loro insieme si costituiscono un vasto serbatoio dell'esperienza della saggezza degli uomini accumulatesi nel corso dei secoli. [...] Durante i due secoli e mezzo che separano la morte del maestro dagli inizi dell'età Imperiale, la parte essenziale del corpus letterario e rimodellato nello spirito confuciano. Contemporaneamente, si assiste a un progressivo passaggio dalla cultura canonica, basata su una tradizione testuale rituale, ha un discorso propriamente filosofico.
Siamo arrivati alla fine del nostro secondo appuntamento con "Storia del Pensiero Cinese" di Anne Cheng; mentre completavo il post su Confucio ho pensato che sarebbe bello, data l'importanza di questa figura, fare nel prossimo post una pausa dal testo per dedicarci ad affrontare sommariamente i "Dialoghi di Confucio", nonostante io mi ritrovi più nel Taoismo riconosco però la validità di tanti ragionamenti lì espressi.
Come sempre vi ringrazio per essere arrivati fin qui nella lettura, vi do appuntamento se vorrete al prossimo post e vi auguro una splendida giornata.
Simone
"L'UTILITA' DI UNA TAZZA STA NEL SUO ESSERE VUOTA"










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