☯️💖🙏🎄MOZI, UN ARTIGIANO DI PACE - "STORIA DEL PENSIERO CINESE" DI ANNE CHENG

 Buongiorno e bentrovati a tutti!!!

Con piacere vi do il bentornato a questa serie di appuntamenti che riguardano la splendida opera "Storia del pensiero cinese" di Anne Cheng, che come ormai saprete sto studiando in questo periodo, allo scopo di approfondire la cornice dei riferimenti storici e culturali di una società tanto affascinante per quanto differente dalla nostra, sempre considerata nell'ottica della natura Taoista del mio sguardo, anzi forse ancora di più in virtù proprio di quest'ultima.

Dopo un primo post, complesso ed estremamente denso di riferimenti, nel quale abbiamo visto l'autrice gettare le basi per tentare di approcciarsi alle origini del pensiero antico cinese, Anne Cheng comincia a entrare nel dettaglio dei vari pensatori cinesi, partendo dalla storica figura di Kong Fuzi (Confucio latinizzato) - vedi post precedente a "I Dialoghi di Confucio -, passando per Mozi (Maestro Mo) che vedremo oggi, ponendolo nell'opera come la prima sfida al confucianesimo della storia; lascio dunque la parola a Anne Cheng, ricordando che quanto segue è tratto dal suo "Storia del pensiero cinese" nell'edizione Piccola Biblioteca Einaudi.




"Il periodo degli Stati Combattenti, che fa seguito all'epoca delle Primavere ed Autunni, segna la transizione, dal V al III secolo, fra la feudalità Zhou in declino e la tendenza centralizzatrice che doveva culminare nell'UNIFICAZIONE DELLO SPAZIO CINESE PER OPERA DEL PRIMO IMPERATORE NEL 221 A.C. E' un'epoca di sconvolgimenti senza precedenti in ogni ambito dell'attività umana, e in particolare in quello del pensiero, sullo sfondo di guerre incessanti fra i vari stati e di lotte feroci per l'egemonia fra i più potenti [...]. Confucio ha appena lanciato  [...] la sua formidabile scommessa sull'uomo, che una nuova era si apre con la prima sfida scagliata al suo insegnamento da Mozi (Maestro Mo), il cui pensiero rappresenta, ad un tempo, una continuazione e una critica radicale dell'Umanesimo confuciano. Questa nuova era è l'epoca del discorso razionale, che acquisterà in seguito una crescente complessità con il moltiplicarsi delle scuole rivali sotto gli Stati Combattenti. 

Mozi  [...] È vissuto fra la morte di Confucio, tradizionalmente datata al 479 e la nascita di Mencio, datata tradizionalmente al 372, in piena transizione fra l'epoca delle Primavere ed Autunni e il periodo degli Stati Combattenti; originario di uno dei piccoli stati feudali della pianura centrale  [...], la differenza nel tono e nel modo di presentarsi tra i "Dialoghi" e il "Mozi" è sorprendente: se i primi ci offrono una vivida testimonianza sulla personalità del maestro, il secondo, steso in una forma pesante, ripetitiva e priva di umorismo, ci fornisce scarse informazioni sul personaggio. Numerosi aneddoti  [...] suggeriscono l'appartenenza di  Mozi all'ambiente degli artigiani  [...], di qui il carattere sovente pragmatico del suo discorso, in cui prevale la considerazione di un criterio utilitaristico anziché riguardo per l’alta cultura Zhou. L'ultima parte del Mozi è dedicata a tecniche militari (come quelle di difesa delle città) volte a sostegno delle convinzioni pacifiste della scuola. 

 [...] Si costituì attorno a Maestro Mo un gruppo di discepoli esperti in tecniche di difesa organizzati per spedizioni di intervento anti militarista. L'etica moista avrebbe dunque degli elementi in comune con quella dei Cavalieri erranti, riparatori di torti. 



Mozi avrebbe iniziato i suoi studi nel solco della scuola confuciana, ma a quanto sembra per proprio conto.  [...] Anche Mozi avrebbe peregrinato di paese in paese alla ricerca di un sovrano che volesse dare attuazione alle sue idee, ma a questo proposito egli sembra aver fatto valere soprattutto le sue competenze pratiche.  [...] 

I confuciani rimangono, nonostante tutto, legati alla vecchia nobiltà Zhou. La rottura rispetto a tale tradizione si fa invece più netta con i moisti, che rispondono direttamente al crescente bisogno nei grandi stati con ambizioni egemoniche, delle conoscenze tecniche e delle competenze burocratiche fornite dal ceto degli Shi, categoria in ascesa che si è già avuto modo di menzionare a proposito di Confucio.


UN PRIMO COLPO INFERTO AI PRIVILEGI DELL'ARISTOCRAZIA FEUDALE ERA PRESENTATO DAL PRINCIPIO CHE CONSISTE NEL "PROMUOVERE I PIÙ CAPACI".  [...] MOZI SOSTITUISCE ALL'IDEALE DELL'UOMO DI VALORE LA FIGURA DELL'UOMO CAPACE. EGLI DELINEA COSÌ UNA COMUNITÀ SOCIALE CEMENTATA DA TUTT'ALTRO CHE DAI LEGAMI FAMILIARI TANTO CARI AI CONFUCIANI


 [...] Verso la fine dell'epoca degli Stati Combattenti, si produce una scissione in tre correnti rivali che si accusano reciprocamente di eresia, e le cui diverse tradizioni appaiono nelle tre versioni - spesso parallele ma mai identiche – che ci sono pervenute di ogni capitolo del Mozi.  [...] In primo luogo vi si trova una serie di saggi su vari argomenti;  [...] È in questa prima parte che figurano, in tre versioni ciascuna, le 10 tesi alle quali la comunità moista aderisce. Segue poi la parte centrale detta " canone moista" (Mojing) che tratta essenzialmente di logica e che rappresenta un tardo sviluppo della scuola, avvenuto nel III secolo a.C. Come s'è già detto, l'ultima parte dell'Opera verte su questioni di tecnica militare.

Di primo acchito, le tesi del Mozi appaiono sorprendenti per il loro dichiarato intento di non rimettersi al principio di autorità, rifiutando di far riferimento alla tradizione o di integrarvisi, e se devono quindi giustificarsi e dotarsi di fondamenti razionali. Così fa la sua comparsa per la prima volta il vocabolo "bian", "discutere, argomentare "  [...]; questo diverrà il termine specifico per designare il discorso razionale, così che i logici o sofisti di cui si tratterà più avanti sono noti con il nome di "argomentatori".

Un discorso razionale si vuole, per quanto possibile, scevro di ogni carattere soggettivo, ossia di ogni riferimento a colui che lo enuncia. Mentre l'insegnamento confuciano emana innanzitutto e soprattutto dalla persona di Confucio, il discorso moista non si prende neppure la pena di menzionare l'autore di una data tesi, in segno di un netto rifiuto del principio di autorità.  [...] Si caratterizza inoltre per un accanimento pressoché ossessivo nel provare la fondatezza delle sue affermazioni e nell'esibirne criterio di giudizio come attestazione di universalità o quantomeno di omogeneità.  [...] Una delle principali preoccupazioni della scuola moista  [...] È di fondare la validità di una dottrina su tre criteri prestabiliti.  [...]

"Il maestro Mo ha detto: ogni discorso deve avere un fondamento, un origine e un'utilità".





 [...] I tre criteri enumerati da Mozi, lungi dal fondare un giudizio obiettivo, sembrano scaturire direttamente dal pensiero tradizionale. I criteri di Mozi sono dunque di ordine pratico e comportamentale: qui non è in gioco l'adeguatezza del discorso rispetto alla realtà, ma il suo valore funzionale, la sua utilizzazione accorta e appropriata.  [...] Insomma, il criterio di utilità prevale su ogni argomento fondato sull'autorità o sulla tradizione. Sia qui una rottura radicale rispetto alla visione etica dei confuciani, che i moisti sottopongono ad una totale revisione, ed il dibattito sui riti funebri ne è la più chiara esemplificazione. 

Nell'ottica ritualistica dei confuciani, La pietà filiale trova la sua suprema espressione nel lutto per i genitori che va portato per tre anni, in quanto corrisponde al tempo che è stato necessario al figlio per uscire dall'ambito della più stretta dipendenza da loro. I moisti, nel capitolo intitolato "Del risparmio nei riti funebri" , obiettano che un lutto così prolungato nuoce alla salute di chi lo porta, e soprattutto, danneggia l'economia in generale, in quanto interrompe l'attività produttiva e comporta costi eccessivi. Infine, per i moisti le regole del lutto confuciano hanno il difetto di essere relative, in quanto mutano nello spazio e nel tempo secondo i costumi, mentre il criterio di utilità rimane costante e valido in assoluto.

 [...] Sono condannate tutte le forme di spesa ritenute infruttuose per il popolo, da quelle per le guerre di conquista a quelle per il lusso superfluo dell'aristocrazia feudale, e delle Corti dei principi. Si può riconoscere qui l'idea di frugalità tipico di chi è arrivato a farsi una posizione nella società con il sudore della propria fronte, rimanendo comunque più vicino al popolo e alle sue sofferenze di quanto non fosse Confucio. [...] Anche la musica, associata ai fasti rituali, giudicati pure inutili, non trova grazia agli occhi di Mozi.  [...] Questo dibattito sulla musica va bene ad esemplificare il contrasto fra la ricerca dell'Armonia, che ha valore primario nella scuola confuciana, e il carattere assoluto conferito a dei prìncipi. 

 [...] La chiave di volta dell’utilitarismo moista a cui farà appello ogni azione morale è il cosiddetto "amore universale". Converrebbe piuttosto parlare in proposito di "sollecitudine per l'assimilazione", in quanto l'equità pare implicata ben più del sentimento.  [...]

Da "Mozi": "Ordunque, consideriamo da quale principio sembrano provenire tanti mali.  [...] Certamente provengono dall'odio degli uomini, la ricerca della spoliazione degli uomini. Quale nome daremo al fatto che dappertutto nel mondo si odiano gli uomini e si cerca di spogliarli? Quello della assimilazione o quello della distinzione? Di certo quello della distinzione. E perché, dunque, il trattamento reciproco fondato sulla distinzione comporta al massimo male in tutto l'universo? Perché la distinzione è negativa. E quanto è negativo per gli uomini, occorre trovare il modo di cambiarlo. [...] Se in tal modo paesi e province non si combatteranno né si aggrediranno a vicenda, individui e famiglie non si danneggeranno né si massacreranno a vicenda, questo sarà nocivo o utile all'interesse generale? Si deve certo dire che ciò sarà proficuo per l'interesse generale.  [...] E perché dunque il trattamento reciproco per assimilazione comporta al massimo bene in tutto l'universo? Perché, dice maestro, l'assimilazione è positiva."



In tal senso, il moismo rappresenta una reazione alla perversione dei sentimenti morali d'affetto per coloro che sono più prossimi: nepotismo, favoritismi, intrighi, imbrogli, congiure, fazioni sono le tare che costituiscono il lato oscuro del confucianesimo e che gravano sul funzionamento delle istituzioni cinesi fin dal loro inizio. Nondimeno una tale reazione non avrebbe mancato di provocare lo sdegno del grande confuciano del IV secolo, Mencio, per il quale il livellamento auspicato dai moisti è incompatibile con l'amore che naturalmente si porta ai propri parenti e di cui la pietà filiale è la prima espressione.

In opposizione alla reciprocità soggettiva ritualistica dei confuciani, "l'idea di un contratto sociale tra il Sovrano e i sudditi appare solamente nei moisti, la cui filosofia meccanicistica e teleologica della società, concepita come una macchina in vista della realizzazione di un beneficio calcolato come massimo comune multiplo degli interessi di tutti, si può accostare al positivismo giuridico di ispirazione mercantile dei codificatori". L'"amore universale" di Mozi non è dunque "l'amore per gli altri" di cui parla Confucio. Non ha a che fare con l'emozione o con il sentimento, ma piuttosto con una preoccupazione ragionata imparziale per tutti gli uomini come fine in sé. In sostanza, il motivo per cui Mozi preferisce alla soggettività dell'affetto, la nozione oggettiva e astratta di un bene comune, è l'assenza in lui della fiducia radicale propria dei confuciani, nella bontà innata della natura umana.  [...] Secondo Mozi, tutto sta nell'indurre la natura umana a convertire l'interesse individuale in interesse generale, poiché ciascuno può trovare nel bene comune il proprio vantaggio. 





A fronte della convinzione confuciana nella perfettibilità della natura umana, che si spingerà, con Mencio, fino alla tesi della sua fondamentale bontà, il Mozi presenta una visione pessimistica dell'umanità originaria che sarà condivisa come si avrà modo di vedere, dai legisti. 

Per Mozi, la causa del disordine originario è l'assenza di un unico principio di moralità, e la ragion d'essere dell'ordine politico è unificare il senso del giusto in tutto l'universo.  [...]

Proprio come l'"amore universale ", il "senso del giusto" appare come un principio assoluto, mentre invece secondo Confucio esso è legato al giudizio di ciascuno, nel contesto di una data situazione. Per Mozi, tale principio morale unico non può dunque che provenire dall'alto, e adesso trova il suo logico corollario nella "conformità ai propri superiori", che rappresenta un plausibile complemento della "promozione dei più capaci dianzi evocata".

Per evitare il caos, sostiene Mozi, è necessario che ogni gradino della società trovi al livello superiore un senso del giusto che valga da denominatore comune abbastanza vincolante da ottenere il consenso generale: il popolo lo troverà nei letterati, i letterati nei grandi funzionari e nei ministri, e così di seguito, fino a giungere, in ultima istanza, al Figlio del Cielo. Mozi non esce dunque dallo schema socio politico tradizionale che prevale tuttora nella Cina attuale, improntata alla concezione autoritaria di un ordine gerarchico piramidale il cui vertice è la fonte unica del potere, che non circola mai se non dall'alto al basso punto. 

 [...] Ma che cosa accade quando si giunge alla sommità della piramide? Che cosa può garantire che il Figlio del cielo possiede il principio della moralità? Ebbene, precisamente il cielo stesso, di cui il sovrano è il figlio. Nella sua concezione del cielo, Mozi si discosta per l'ennesima volta del codice di condotta confuciano.

Per Confucio, la questione di sapere se il cielo sia una divinità personale e se gli spiriti esistono veramente ha poco importanza, perché si tratta innanzitutto di sentirsi degni di sé stessi della comunità umana. Mozi è invece indotto a far risorgere il religioso timore della punizione celeste per far rispettare l'istanza alquanto astratta dell'amore universale.

 [...] Nel capitolo sulla volontà Celeste, che si sostituisce al decreto Celeste di Confucio, i moisti si stupiscono dell'atteggiamento paradossale dei confuciani che, quando anche siano in colpa nei confronti del capo della loro famiglia o del loro paese non si preoccupano affatto del cielo, nonostante il fatto che esso tutto veda e regni ovunque. Il movente cui si ricorre non è rappresentato dal rispetto che si deve a sé stessi e agli altri, ma dalla speranza in un premio e dalla paura di un castigo.  [...]

Mentre Mozi propende a vedere nella fortuna e nella prosperità l'automatica ricompensa per una buona condotta, Confucio insiste invece sul fatto che l'uomo di valore deve praticare il ren a qualunque costo. L'uomo in effetti ha controllo soltanto sulla propria condotta, che deve essere la più umana possibile. Il resto, ciò che l'uomo non può pretendere di determinare, è il potere del cielo e del suo decreto. Tale atteggiamento non può che apparire fatalistico agli occhi dei moisti, nella loro prospettiva, se sono povero o misconosciuto questo può essere soltanto un risultato della mia condotta. Il fatalismo dei confuciani è denunciato per il suo presunto aspetto demoralizzante: non faccio sforzi perché in ogni modo penso che il risultato delle mie azioni sarà lo stesso.



Ma la verità, anche se non è esplicitata, È che i moisti non possono ammettere una moralità che non sia giustificata da null'altro che da una scommessa sull'uomo e sulla sua perfettibilità. Di fatto, per tutta la durata del periodo pre-Imperiale il pensiero cinese era destinato ad essere dominato dall'opposizione degli insegnamenti confuciano e moista. 

Ma, a partire dall'età Imperiale, sarà una certa forma di confucianesimo ad avere il sopravvento, dopo aver assorbito in gran parte le tesi rivali, e la grande alternativa si troverà ormai nel Taoismo. 


Come sempre vi ringrazio per essere arrivati fin qui nella lettura, trovo molto importante contestualizzare l'ambiente nel quale la mia religione/filosofia storicamente prese piede, sono infatti profondamente convinto del fatto che partendo dalle radici, divenga più semplice comprendere lo snodarsi del tronco, dei vari rami, fino a capire come poter oggi, a distanza di oltre 2.000 anni, "ripararci dalle intemperie della vita" sotto le ampie e quiete fronde del Taoismo.

Se vorrete vi do appuntamento al prossimo post, nel quale vedremo finalmente la visione della prof.ssa Anne Cheng riguardo al Taoismo, siamo infatti arrivati al capitolo ad esso dedicato!!!

Un caro saluto,

Simone




"L'UTILITA' DI UNA TAZZA STA NEL SUO ESSERE VUOTA"


Commenti

Post più popolari