I LEGISTI - "STORIA DEL PENSIERO CINESE" DI ANNE CHENG
Buongiorno a tutti e bentrovati!!!
Eccoci arrivati all'appuntamento dedicato alla scuola dei legisti, sempre attraverso i preziosi insegnamenti della professoressa Anne Cheng, nel suo "Storia del pensiero cinese".
Tale scuola, in realtà più politica che prettamente filosofica, si occupò, escludendo la morale in virtù del pragmatismo dato da leggi e pene, non più riferite a priori "ai fasti delle epoche passate", bensì capaci di attualizzarsi in base alla situazione del tempo della società e delle condizioni di vita, di delineare la sua "formula" per guidare l'uomo fuori dal caos del periodo come sappiamo denominato degli Stati Combattenti. E' interessante notare come questa filosofia abbia influenzato, secoli dopo, il regime maoista; questo per sottendere il carattere piuttosto estremo delle sue teorie.
Chiudo la mia introduzione facendo presente anche come il legismo abbia cercato di connettersi al taoismo - nello Han Feizi, opera omonima del principale esponente di questa scuola, è contenuto (a quanto sostiene la professoressa Cheng) il primo commento conosciuto al Tao Te Ching - soprattutto in base all'amoralità di quest'ultimo e alla necessità di "adeguarsi ai cambiamenti", ovvero all'ordine naturale delle cose insito appunto nel Taoismo.
Ciononostante, mi preme evidenziare intanto come la filosofia legista escluda a prescindere qualsiasi forma di andamento naturale delle cose in favore dell'intervento regolatore umano con leggi e pene, questo in profondo contrasto con la filosofia taoista del wu wei, del "non fare", laddove invece un buon Sovrano per ben governare dovrebbe restare seduto senza fare nulla; inoltre, questo porta a una (almeno) seconda forte contraddizione, perchè quanto sopra significa che i legisti ponevano l'uomo al di sopra nel suo rapporto con il Cielo, mentre come sappiamo nel Taoismo l'uomo sottosta al Tao, perlomeno se vuole raggiungere la pace.
PIU' MI ADDENTRO NELLO STUDIO DELLE ANTICHE FILOSOFIE CINESI, PIU' MI SORPRENDO A CONSIDERARE IL TAOISMO UN PO' COME UN MERAVIGLIOSO GATTONE CHE RIPOSA SDRAIATO SULLE RIVE DI UN FIUME, MENTRE OSSERVA, CON UN SORRISO SORNIONE, LA MOLTITUDINE DI ALTRI FILOSOFI, STUDIOSI, POLITICANTI, CHE SI ARRABATTANO NUOTANDO NEL FIUME PER CERCARE CIASCUNO DI IMPORRE LA PROPRIA VISIONE. AMO IL TAOISMO ANCHE (FORSE SOPRATTUTTO) PERCHE' NON SOLO DERESPONSABILIZZA L'UOMO DAL FARLO, MA ADDIRITTURA LO DELEGITTIMA E LO AMMONISCE DAL TRATTENERSENE, PERCHE', NONOSTANTE QUELLO CHE MOLTI, RICCHI E POTENTI, CREDONO, SIAMO SOLO DI FUGACE PASSAGGIO IN QUESTO UNIVERSO, E, COSA ANCOR PIU' FONDAMENTALE, NON SIAMO NEMMENO REALMENTE LA FORZA PIU' RILEVANTE IN GIOCO (BASTA OSSERVARE LE CONSEGUENZE SULL'AMBIENTE DELLA NOSTRA PRESENZA SU QUESTO PIANETA). SPERO CHE LE FUTURE GENERAZIONI POSSANO RIUSCIRE A RENDERSENE CONTO, PRIMA DI CONSEGUENZE ESTREME.
Come sempre ricordo che quanto segue è tratto da "Storia del pensiero cinese" di Anne Cheng, edizioni Einaudi. BUONA LETTURA!!!
Il legismo inizialmente non propone una riflessione filosofica, ma una teoria politica derivante da un insieme di pratiche. Significativamente, la maggior parte delle opere classificate come legiste hanno come titoli i nomi di celebri ministri, a cominciare dal Guanzi. Questa compilazione, datata dal IV al II secolo, fa riferimento al ministro Guan Zhong, che fece del duca Huan di Qi (al potere tra il 685 e il 643) il primo egemone della Cina delle primavere ed autunno; Confucio stesso gli reso omaggio, senza peraltro approvarne i metodi. Analogamente, il Lizi, opera oggi perduta, si riferisce a Li Kui, ministro del marchese Wen di Wei (regnante fra il 424 e il 397 avanti Cristo), e il Shenzy a Shen Buhai, ministro dello stato di Han, morto nel 337 avanti Cristo. Quanto al Shangjung shu (il libro del signore di Shang), è attribuito a Shang Yang, ministro di Qin, benché con ogni probabilità sia stato composto circa un secolo dopo la sua morte, avvenuta nel 338 avanti Cristo. Esso rispecchia le riforme senza precedenti realizzate da Shang Yang, che permisero a Qin di divenire l'ultima egemone degli Stati combattenti e di riuscire quindi, nel 221 avanti Cristo, ad unificare per la prima volta il mondo cinese in un impero potente e duraturo.
Rare eccezioni alle opere associate a grandi statisti sopracitate sono il Shenzy [...] e soprattutto, lo Han Feizi, dal nome del teorico morto nel 233 avanti Cristo che operò la sintesi del pensiero legista. Tutte le correnti del pensiero antico si occupano molto di politica (nell'accezione cinese, di arte e modalità di ordinare il mondo) ma nessuna lo fa così esclusivamente come i legisti.[...] Molti scritti legisti si presentano quindi come manuali che suggeriscono le modalità di impiego del potere ad uso dei sovrani [...]. Se gli scritti legisti sono innanzitutto dei manuali che si limitano a sistematizzare e a teorizzare delle pratiche esistenti, queste ultime hanno finito per costituirsi in una metodologia, ossia in una vera e propria concezione del mondo:
I LEGISTI SONO PROBABILMENTE I PRIMI PENSATORI POLITICI IN CINA AD ASSUMERE COME PUNTO DI PARTENZA L'UOMO E LA SOCIETÀ NON COME DOVREBBERO ESSERE, MA COME SONO, ANCHE NELLA LORO REALTÀ PIÙ INACCETTABILE. SENZA L'INTRALCIO DI ALCUN PREGIUDIZIO, DI ALCUNA IDEE PRECOSTITUITA, ESSI FANNO TABULA RASA DELLA TRADIZIONE. [...]
Invece di far riferimento all'autorevolezza dell'antichità, si fa posto ad un'analisi propriamente storica, fondata sull'idea che per agire efficacemente occorre vivere nel proprio tempo e adattarsi ai mutamenti. Questo è il significato di una celebre storiella dello Han Feizi, che conobbe una tale fortuna da essere ancora oggi moneta corrente nella lingua attuale sotto forma di proverbio, "restare vicino al ceppo ad aspettare al varco la lepre":
"Nello stato di Song vi era un uomo che arava al suo campo, nel mezzo del quale si trovava un ceppo. Ed ecco che una lepre in corsa venne a sbattervi contro; si spezzò il collo e morì di colpo. Allora l'uomo, lasciando l'aratro, si mise a far la guardia al ceppo, nella speranza che vi arrivassero altre lepri. Ma non ve ne furono mai più altre, e il brav'uomo divenne lo zimbello di tutto il paese di Song."
Il rifiuto di riferirsi all'antichità o ad ogni forma di precedente come argomento d'autorità si esprime, fin dall'inizio del libro del signore di Shang [...]. Si tratta di "riflettere sui mutamenti nelle vicende dell'epoca, discutere del fondamento secondo il quale rettificare le norme e cercare il metodo per dirigere il popolo":
Shang Yang disse: "le generazioni passate non avevano tutte le stesse dottrine. Quale antichità assumeremo dunque come norma? Imperatori e Re si succedevano senza somigliarsi; quale rituale prenderemo dunque per modello?[...] Poiché riti e norme erano fissati secondo le esigenze del tempo, fin la minima istituzione il minimo decreto erano appropriati, persino il minimo armamento e il minimo equipaggiamento erano rispondenti al loro uso. A parere del vostro servitore, vi è più di un dao per mettere ordine in un'epoca, ed il benessere del paese non necessariamente si fonda sul modello antico ".
I legisti propongono un'analisi degli inizi dell'umanità, che essi suddividono in tre grandi periodi, segnati da una competizione sempre più feroce nella misura in cui si accresce la popolazione:
Nel momento in cui comparvero Cielo e Terra nacquero gli uomini. A quel tempo, essi conoscevano la loro madre, ma non il loro padre. Il loro dao consisteva nell'attenersi ai legami di parentela e nel privilegiare l'egoismo. Dall'attaccamento alla parentela conseguì l'esclusione, dall'egoismo conseguì la precarietà. Con la crescita della popolazione tale tendenza all'esclusione alla precarietà ebbe come esito il disordine. A quel tempo, gli uomini cercavano di dominare, di regolare i loro conti con la forza. La volontà di dominio ebbe come esito la competizione, il regolamento di conti con la forza ebbe come esito la contesa. Senza alcun principio di rettitudine che consentisse di troncare le contese, nessuno era certo della propria incolumità. Fu allora che gli uomini di valore istituirono la probità' e la rettitudine e preconizzarono l'altruismo, e che il popolo prese ad apprezzare la virtù dell'umanità.[...] Insomma, nell'antichità regnavano l'attaccamento alla parentela e l'egoismo; Poi si sono elevati i più capaci e si è conferito valore alla virtù dell'umanità. Oggi si accorda la preminenza al diritto di sangue, e si attribuisce dignità alla funzione.
Analisi simile si trova in Han fei:
Nell'antichità gli uomini non aravano perché i frutti di alberi e piante bastava non nutrirli. Le donne non tessevano perché le pelli degli animali bastavano a vestirsi.[...] Ai giorni nostri, Non è raro che un uomo abbia cinque figli, che a loro volta ne hanno cinque ciascuno. Il nonno non è ancora morto che ha già 25 nipoti. Ecco perché gli uomini sono numerosi e scarse le risorse, e penosa è la fatica per ottenere magri risultati: per questo vi è il conflitto e quando anche si raddoppiassero le ricompense e si appesantissero i castighi non si eviterebbe il disordine. E dunque la facilità con cui si scambiavano i beni nell'antichità non derivava dal sentimento d'umanità, ma dalla loro abbondanza, ecco tutto punto la sicurezza con cui oggi c'è di si disputa non dipende dalla cattiveria, ma dalla loro eccessiva scarsità.[...]
L'analisi muove da un'osservazione che saremmo tentati di definire come antropologiche sociologica, e che si colloca agli antipodi della convinzione confuciana secondo la quale la natura dell'uomo è fondamentalmente morale, come pure il suo rapporto col mondo. Nella Cina degli Stati Combattenti finiscono per imporsi ed opporsi "da un lato, coloro che affermano il primato della moralità personale, dall'altro, coloro che accordano efficacia soltanto alla posizione occupata"[...] Nella loro opposizione al ritualismo confuciano, i legisti si affiancano ai moisti e, incerta qual maniera, ai taoisti. Ma, a differenza di questi ultimi, che propongono una via radicalmente alta, i legisti si configurano come autentici affossatori di tutto l'ordine confuciano [...] Sostituendo allo spirito rituale ciò che essi considerano un principio oggettivo ed assoluto, autosufficiente ed auto giustificantesi: la legge.
Il termine fa, che si traduce qui con "legge" e dal suo nome al "legismo", si trova nei testi antichi con il significato generale di norma cui riferirsi o di modello cui conformarsi. È spesso associato agli strumenti geometrici di misurazione di precisione che valgono da riferimenti universali, come il compasso (gui) e la squadra (ju) del carpentiere. La combinazione di questi due termini ha dato luogo a un binomio, guiju, che designa ancora nella lingua moderna l'insieme delle regole da rispettare. Il compasso e la squadra, come il filo a piombo, sono immagini ricorrenti nel discorso legista, accanto alla bilancia, per illustrare l'esattezza e l'obiettività della legge [...].
Con uno strumento come la bilancia, è sufficiente lasciar stabilizzare il suo braccio, senza che vi sia bisogno di un intervento soggettivo e morale di colui che la utilizza. Contrariamente a Mencio ed anche a Xunzi, per i quali la legge, qualora vada preso in considerazione, non può bastare da sola e deve avere per fondamento un'etica dell'umanità e della benevolenza, i legisti ritengono che la forza della legge basti a se stessa, perché è più efficace del legame più forte che vi sia, quello del sangue:
L'amore di una madre per il figlio è il doppio di quello del padre, è tuttavia gli ordini del padre al figlio valgono dieci volte quelli della madre. Il magistrati non hanno alcun amore per il popolo, e tuttavia i loro ordini valgono diecimila volte quelli di un padre.
[...] NEL PROCESSO DI OGGETTIVAZIONE DELLE LEGGI, LA LORO SCRITTURA, RESA PUBBLICA SOTTO FORMA DI CODICI, FU UNA TAPPA DECISIVA. NEL 536 AVANTI CRISTO, ZICHAN, PRIMO MINISTRO DI ZHENG, FECE PER LA PRIMA VOLTA TRASCRIVERE LA LEGGE PENALE SU BRONZO.[...] DAL MOMENTO IN CUI LA LEGGE ERA PUBBLICATA, NESSUNO POTEVA IGNORARLA O SFUGGIRGLI. CON CIÒ SI INSTAURAVA L'UGUAGLIANZA DI TUTTI NEI SUOI CONFRONTI, E SI DETERMINAVA UNA SITUAZIONE ORIENTATA NELLA DIREZIONE OPPOSTA AL CELEBRE ADAGIO DELLE MEMORIE SUI RITI: "I RITI NON SCENDONO FINO ALLA GENTE COMUNE, I CASTIGHI NON SALGONO FINO AI GRANDI DIGNITARI ":
Unificare i castighi equivale a fare in modo che non comportino alcuna distinzione di Rango. Dai ministri e dai generali fino ai dignitari e ai semplici sudditi, chiunque disobbedisca ai decreti regali, infranga i divieti dello stato o getti il disordine nelle istituzioni è condannato a morte senza remissione. La pena non viene ridotta neppure se il crimine si è stato preceduto da atti meritori; la legge viene applicata anche se la colpa sia stata preceduta da un comportamento esemplare. I più le ali dei ministri più devoti dei figli che commettano un errore devono essere giudicati in funzione della sua gravità. Il magistrati che non applicano le leggi regali, quando anche fossero modelli di rispetto della legge e della loro funzione, Sono condannati a morte senza remissione, e la pena si applica a tre generazioni.
L'Antico codice delle regole rituali totalmente interiorizzate ha ceduto il passo alla legge positiva e oggettivizzata.[...] Ciò che Han Fei chiama "le due impugnature" e che noi definiremmo come "il bastone e la carota" fornisce, in effetti, secondo i legisti, il solo incitamento capace di esercitare una qualche influenza sulla natura umana, ridotta al solo movente dell'attrazione e della repulsione, in quanto le motivazioni e l'ordine morale non vi hanno più posto[...].
NELLA LORO TEORIA POLITICA I LEGISTI IN TAL MODO DISSOCIANO POTERE E MORALITÀ, IN OPPOSIZIONE AI CONFUCIANI PER I QUALI IL POTERE DI UN SOVRANO DIPENDE ESSENZIALMENTE DAL SUO POTERE MORALE O "VIRTÙ" (DE).[...]
Il problema è dunque di assicurare un funzionamento efficace del potere facendo astrazione dal valore morale personale del sovrano in carica. La risposta è fornita, almeno in parte, dalla nozione di "posizione di forza" elaborata innanzitutto da Shen Dao. È da questa, e non da qualsivoglia autorità morale, che procede il potere. Nel contrasto fra queste due fonti del potere si cristallizza l'opposizione fra le teorie politiche confuciana e legista.
Una storiella dello Han fei è all'origine del binomio maodun (che significa letteralmente "lancia e scudo”), consacrato nella lingua moderna a designare la contraddizione e messo in onore da uno degli scritti più celebri del grande timoniere Mao:
UN UOMO CHE FACEVA COMMERCIO DI LANCIA E SCUDI VANTAVA I SUOI SCUDI, TANTO SOLIDI CHE NIENTE POTEVA TRAPASSARLI, E PROSEGUIVA QUINDI IL DISCORSO VANTANDO LE SUE LANCE: "SONO COSÌ ACUMINATE, DICEVA, CHE NON C'È NULLA CHE NON POSSANO PERFORARE CHIUSE". QUALCUNO GLI ORBITÒ: "E SE PROVASSI A TRAPASSARE UN TUO SCUDO CON UNA DELLE TUE LANCE?" EGLI ALLORA SI TROVÒ IN GRANDE IMBARAZZO, NON SAPENDO PROPRIO COSA RISPONDERE. PORRE AL CONTEMPO UNO "SCUDO INFRANGIBILE" È UNA VIRGOLETTE LANCIA IRRESISTIBILE "È UNA CONTRADDIZIONE IN TERMINI. DIRE CHE IL DAO DEL VALORE MORALE NON PUÒ ESSERE ESCLUSO, E D'ALTRA PARTE CHE È IL DAO DELLA POSIZIONE DI FORZA AD ESCLUDERE QUALSIASI COSA, E CADERE NELLA CONTRADDIZIONE DELLA LANCIA E DELLO SCUDO. RISULTA DUNQUE CHIARO CHE VALORE DI MORALE E POSIZIONE DI FORZA NON POSSONO COESISTERE.
Il potere non è più legato al valore personale del sovrano, fondamento di tutto il pensiero politico confuciano, ma all'efficienza delle istituzioni, che fanno rispettare la legge e la posizione di forza.[...] Si può qui constatare come l'atteggiamento aristocratico e ritualistico ceda il passo a una nuova mentalità, istituzionale e burocratica. Non basta, in effetti, che siano rispettate la legge e la posizione di forza incarnate dal sovrano; occorre inoltre che vi siano efficaci cinghie di trasmissione del potere dell'autorità tra sovrano e popolo. Il legame fra la testa e le membra è assicurato da un corpo di burocrati, sui quali il sovrano mantiene la presa mediante un insieme di tecniche (shu) la cui prima concezione risale a Shen Buhai; attraverso di esse, il potere viene ad essere delegato, pur rimanendo sottoposto a un severo e diretto controllo.
L'idea stessa di tecnica politica[...] ha senza dubbio la sua origine nel principio moista di "promozione dei più capaci" al quale viene ad aggiungersi l'idea espressa qui da Han Feizi di "mettere a riscontro la realtà dei fatti e la denominazione della funzione". Qui, la preoccupazione non è più di ordine ritualistico, come nella "rettificazione dei nomi " cara ai confuciani, o teorico, come nel dibattito logico sulla adeguatezza fra nome e cosa ad esso designata, ma più specificamente politico. Il "nome" (Ming) designa in questo contesto il titolo o la denominazione di una funzione con la competenza richiesta per esercitarla, e la "realtà" (shi) o "forma" (xing) va intesa come la modalità in cui la funzione va effettivamente adempiuta in pratica. Si tratta, in effetti, di verificare l'adeguatezza fra la competenza nominale e la competenza reale, eterno problema dell'amministrazione cinese a cui rappresentò una soluzione l’istituzione del sistema degli esami per il reclutamento dei funzionari. Al sovrano, altro non resta che verificare la piena corrispondenza fra la performance effettiva e il titolo detenuto o, per dirla altrimenti, la completa adeguatezza fra "forme e nomi" e distribuire ricompense o castighi secondo il caso [...].
LE TRE IDEE MAESTRE DEI TESTI LEGISTI – LEGGE, POSIZIONE DI FORZA, TECNICHE DI CONTROLLO - DISEGNANO UNA CONCEZIONE TOTALITARIA DEL POTERE ALLO STATO PURO, INCENTRATA ESCLUSIVAMENTE SULLA FIGURA DEL SOVRANO.
Nel corpus dei testi legisti, al cui proposito si è constatato che rappresentano per la maggior parte manuali pratici di gestione del potere ad uso del sovrano, lo Han Feizi figura come eccezione, dato che è il solo a ricercare un fondamento filosofico alla propria teoria politica.
Nato all'inizio del terzo secolo e discendente diretto dei duchi di Han di cui portava il nome, Han Fei fu indubbiamente uno dei rari pensatori della Cina antica, con il principe di Shang, ad essere membro dell'alta nobiltà. In effetti, Confucio, Mozi, Mencio, Chuang Tzu, Xunzi e gli altri erano tutti esponenti della categoria degli shi, posizione sociale intermedia che spiega almeno in parte la loro libertà di movimento: andavano e venivano da uno stato all'altro, offrivano i loro servigi a ogni sovrano che volesse impiegarli, oppure si ritiravano dalla società per vivere da eremiti. Invece Han Fei, per via dei suoi legami familiari, rimase fino alla fine leale al Sovrano di Han, pur se questi era minacciati in misura crescente da Qin, suo diretto vicino a occidente.
Han Fei ebbe per maestro Xunzi, di cui si è trattato al capitolo precedente, e per condiscepolo Li Si, che sarebbe divenuto primo ministro di Qin ed artefice dell’unificazione dell'impero. Quando fu inviato come ambasciatore di Han presso il futuro primo imperatore della Cina - allora giovanissimo sovrano salito al trono di Qin nel 246 avanti Cristo – fu accolto da Li Si, che a forza di calunnie, lo fece imprigionare e lo costrinse al suicidio nel 233 a.C. Tragica ironia, la condanna di Han Fei da parte di un antico con discepolo che avrebbe edificato l'impero sulla base delle sue idee!
E tuttavia morire di morte violenta, condannati dalle leggi da loro stessi promulgate, sembra rappresentare un aspetto caratteristico nella sorte dei legisti: Shang Yang era morto squartato nel 338 avanti Cristo, e lo stesso Li Si finirà fatto a pezzi nel 208 avanti Cristo. Poiché era balbuziente, aveva l'eloquio difficile [...] Han Fei preferì scrivere, consegnandoci un'opera dal linguaggio cesellato ed affilato come un diamante. Come il Xunzi, lo Han Feizi si presenta sotto forma di capitoli, in numero di 55, di cui ciascuno concerne il preciso argomento sistematicamente trattato.
Il libro offre una visione d'insieme delle idee delle nozioni chiave che ricorrono, in diversi gradi di importanza, nella letteratura legista e di cui esso opera una sintesi, conferendo loro un fondamento filosofico mutuato dal Lao Tzu. Han Fei aveva in effetti "una predilezione per lo studio delle forme dei nomi, della legge e delle tecniche politiche. Ma la fonte ultima del suo pensiero si trova in Huang e Lao". "Huang" designa Huangdi, il mitico Imperatore Giallo a cui fa riferimento la tradizione taoista, e "Lao" sta per Lao Tzu.
Tale curiosa combinazione di una teoria politica autoritaria con il pensiero del dao non è dunque così paradossale come potrebbe sembrare: si è già avuto modo di notare la posizione di amoralità che è comune al Taoismo e al Legismo, con la differenza che il primo rifiuta ogni costrizione – di cui la morale sarebbe, a suo parere, una forma – mentre il secondo si serve della moralità per giustificare l'uso della forza. Ordunque, il discorso legista riesce in un tour de force e insieme in un gioco di bussolotti magistrale: quello di cancellare tale differenza, attuando " il più completo snaturamento della fraseologia taoista sulla natura ".
Nei capitoli 20 e 21, intitolati rispettivamente spiegazione e illustrazione del "Laozi", lo Han Feizi ne propone una lettura legista e al contempo il primo commento che ne sia conosciuto. La nozione centrale di legge è presentata puramente e semplicemente in termini di dao:" la legge penale non fa che concorrere all'ordine dell'universo; essa è la ragione naturale che si concretizza in diritto criminale nel contatto con la società ".
Si può qui constatare come Han Fei riprenda a proprio uso un presupposto comune a tutte le forme di pensiero dell'antichità cinese, quello della continuità - per non dire dell'identità – straordinaria naturale ed ordine umano. Ma, ciò facendo, capovolge la visione taoista dell'uomo volto all'adeguamento con il cielo, piegando l'ordine naturale alle esigenze di quello umano. È così che le metafore del compasso, della squadra, della bilancia e del filo a piombo, che rappresentano gli esempi per antonomasia di perversione della natura agli occhi di Chuang Tzu, divengono onnipresenti nel discorso legista, e compaiono nello Han Fei a sancire la sovrapposizione dell'ordine naturale all'ordine socio politico. La strumentalità viene così a caratterizzare lo stesso dao. [...]
È così che il Guanzi può unire "non agire" taoista e "tecnica" legista in un termine che avrà fortuna nei testi e nelle pratiche taoiste successivi:
Il dao del non agire consiste nel seguire. Seguire, E non aggiungere nulla, Non togliere nulla punto seguire la forma di qualcosa per darle un nome, tale è la tecnica del seguire.
Come la legge descritta in termini di dao, così il sovrano legista assume i tratti del Santo taoista, poiché l'uno è al di sopra delle leggi proprio come l'altro si situa al di sopra delle distinzioni convenzionali. Al modo del Santo che si ritira dal mondo, il principe si sottrae agli sguardi dietro dei paraventi, e si ritira nei recessi dei suoi palazzi per preservare tutto il mistero che deve circondare la fonte del potere. Come il santo, il principe pratica il non agire, inteso come efficacia assoluta, che non ha bisogno di agire: in quanto fonte di ogni potere, egli non ha bisogno di esercitarlo.
Eccoci arrivati alla fine anche di questo appuntamento!!! Non mi resta che ringraziarvi per essere arrivati fin qui nella lettura e darvi appuntamento, se lo vorrete, al prossimo post, in cui tratteremo la corrente cosmologica, fondamentale per appropriarsi di alcune nozioni basi che sono presenti anche all'interno del Taoismo!
Un caro saluto e una buona giornata
Simone
"L'UTILITA' DI UNA TAZZA STA NEL SUO ESSERE VUOTA"










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