IL DAO DEL NON AGIRE NEL LAO TZU - "STORIA DEL PENSIERO CINESE" DI ANNE CHENG

Buongiorno a tutti e bentrovati!!!
Eccoci al (credo) penultimo appuntamento (perlomeno per quello che riguarda il 1° volume) relativo al fantastico STORIA DEL PENSIERO CINESE di ANNE CHENG, appuntamento che attendevo con gioia perchè relativo al padre del Taoismo, LAO TZU.
Ricordo che il fatto di incontrarlo successivamente a Chuang Tzu, è dovuto unicamente al fatto che l'autrice (la quale ricordo essere professoressa di Storia Intellettuale della Cina presso il Collège de France, nonchè presso altri Istituti Universitari francesi sempre relativi al tema) data Chuang Tzu precedentemente a Lao Tzu; per mia comodità di studio ho ritenuto quindi di seguire l'ordine proposto dall'indice dell'opera, nonostante sia la prima volta che mi imbatta in questo tipo di datazione durante il corso dei miei studi.

Ad ogni modo, rispetto al capitolo relativo al Chuang Tzu, ritengo siano minori le occasioni in cui l'autrice abbia dato spazio a "interpretazioni soggettive" dell'opera, questo anche in virtù della natura stessa del Tao Te Ching (l'opera attribuita a Lao Tzu) che si presta (per così dire) a minori interpretazioni rispetto al Chuang Tzu, essendo scritto sotto forma di aforismi e aneddoti o precetti, e non in prosa (perdipiù di natura "onirica" come quella che troviamo nel Chuang Tzu).

L'ASPETTO PIU' IMPORTANTE DI QUESTA PARTE DEI MIEI STUDI, DELL'APPROCCIARMI A QUESTA VERA E PROPRIA ENCICLOPEDIA DEL PENSIERO ANTICO E DELLA FILOSOFIA CINESI, E' SICURAMENTE IL FATTO CHE OGNI FIGURA ANALIZZATA DALLA PROFESSORESSA CHENG VIENE PRONTAMENTE MESSA A CONFRONTO CON LE FIGURE DOMINANTI DELLE ALTRE SCUOLE DI PENSIERO, SIA COME INTENTI (CIOE' INSEGNAMENTI) CHE COME ACCOGLIENZA DA PARTE DELLA NOBILTA' E DEL POPOLO IN GENERALE. TENUTO IN DEBITO CONTO QUINDI LA SUA PREDILEZIONE CONFUCIANA, E' DUNQUE POSSIBILE AVERE DAVVERO UNO SPACCATO GENERALE DEL CONTESTO ALL'INTERNO DEL QUALE QUESTI ANTICHI E FAVOLOSI PENSATORI SI MUOVEVANO, IN UN'EPOCA, QUELLA LO RICORDIAMO DEGLI "STATI COMBATTENTI" (V-III SECOLO A.C.) NEL QUALE IL PRIMO INTENTO DI OGNUNO DI LORO ERA UNANIMEMENTE QUELLO DI INDICARE UNA VIA PLAUSIBILE AFFINCHE' CESSASSERO LE GUERRE INTERNE PER LA SUPREMAZIA, A SCAPITO - COME SEMPRE E' SUCCESSO E SEMPRE SARA' - DEL POPOLO. 


Buona lettura!!! Quanto segue come sempre è tratto da STORIA DEL PENSIERO CINESE di ANNE CHENG, edizione Einaudi.





Secondo la leggenda che fa di lui un contemporaneo di Confucio vissuto nel VI – V secolo, sarebbe Lao Tzu ad aprire la "via taoista", mentre a Chuang Tzu spetterebbe soltanto la posizione di successore. [...] Mentre Chuang Tzu sarebbe vissuto nel IV secolo, l'esistenza di Lao Tzu come opera non è attestata prima del 250 avanti Cristo.[...] Nel solco di Confucio, all'idealismo di Mencio fa seguito, come si vedrà nel capitolo seguente, il realismo di Xunzi. Parallelamente, dopo il pensiero contemplativo di Chuang Tzu viene con Lao Tzu il tempo dell'agire – pur se concepito nella modalità del non agire -.[...]

Su Lao Tzu ("il vecchio maestro") non si sa nulla di sicuro, neppure se sia veramente esistito. Come Chuang Tzu, sarebbe stato originario del paese di Chu la cui cultura, come s'è visto, si sviluppa al margine della tradizione ritualistica degli "Stati centrali". 
La sua biografia ne "Le memorie di uno storico" gli appioppò uno stato civile assai preciso e dettagliato attribuendogli un nome di famiglia molto comune in Cina, Li ossia "prugno, susino", albero sotto il quale il nostro personaggio (aggiungo io in base al taoismo religioso) sarebbe stato messo al mondo al termine di 62 anni di gestazione, il che gli valse dalla nascita il soprannome di "vecchio bambino" (altro significato possibile di Lao Tzu).[...]





Mentre era incaricato della conservazione degli archivi dei Zhou, Confucio in persona si sarebbe recato a consultarlo su un problema rituale: 

Lao Tzu gli disse: "il buon mercante occulta nel più profondo i suoi tesori e si comporta come se i suoi forzieri fossero vuoti. L'uomo di valore trabocca di virtù, ma il suo volto e la sua espressione non manifestano che idiozia ".
Confucio lo lasciò e disse ai suoi discepoli: "So che gli uccelli possono volare; so che i pesci possono nuotare; so che gli animali selvaggi possono correre. Chi corre può essere catturato con la rete, chi nuota può essere preso con la lenza e chi vola con la freccia. Ma il drago, non so come, cavalcando nuvole eventi si innalza fino al cielo. Oggi ho visto Lao Tzu. Ebbene, lui è come il drago! ". 





Sempre secondo la leggenda, Lao Tzu, demoralizzato dal declino dei Zhou, sarebbe partito per dirigersi ad ovest. Quando giunse all'ultimo Passo prima della steppa, il guardiano del Passo gli disse: " Dato che state per ritirarvi dal Mondo, vi prego di voler comporre un libro per me ". Lassù Lao Tzu scrisse le circa 5000 parole del "Classico della via e della virtù" (Daodejing), "poi se ne andò, e nessuno seppe dove morì", il che rese possibile, come si vedrà, il suo recupero nel quadro del buddismo. 
Se un alone di leggenda ci circonda il suo personaggio, l'opera che porta il suo nome, e che è anche nota con il titolo summenzionato, ha un'esistenza storica attestata. 
Essa si presenta in una forma completamente diversa da tutte le opere che l'hanno preceduta: invece di un'esposizione didattica sotto forma di domande e risposte, alla maniera dei Dialoghi o del Mencio, si ha qui una serie di versi ritmati e rimati, di estrema concisione e connotati da uno stile singolare, che risulta oscuro a forza di semplicità. 

Se le stanze del Lao Tzu si possono definire come poetiche, esse tuttavia non ci consegnano un pensiero filosofico "messo in versi": è il pensiero stesso a procedere per aforismi, metafore, salti di palo in frasca, accostamenti folgoranti.[...] 
Come osserva Isabelle Robinet, la sua forma poetica e scandita "suggerisce che si riteneva che il testo potesse acquisire una forza incantatrice attraverso la ripetizione ritmica di formule che rinforzano una pratica, e che fosse destinata ad essere cantato e memorizzato come avvenuto presso alcune sette religiose ". 

Il contenuto si astiene deliberatamente da ogni riferimento che possa offrire una presa per datare o situare il testo. Di qui il numero impressionante di interpretazioni possibili e di traduzione esistenti. [...] Lao Tzu tenta, come ogni opera filosofica, di rispondere a delle istanze dominanti alla sua epoca la cui connotazione, in assenza di altri riferimenti, costituisce verosimilmente il migliore indicatore per datare in testa alla fine degli Stati combattenti. In una situazione in cui gli stati più potenti giungono a una lotta mortale per l'egemonia, il problema più pressante è sapere come uscire dal circolo vizioso della violenza, come sopravvivere in mezzo a queste superpotenze che si distruggono a vicenda – PREOCCUPAZIONI, QUESTE, CHE RESTANO SEMPRE PURTROPPO ATTUALI



Lao Tzu comincia col respingere esplicitamente tanto il moralismo confuciano quanto l'attivismo moista, valendosi deliberatamente dei loro stessi termini per accusarli di aver provocato il declino del Dao: 

Lascia perdere la promozione dei più capaci 
E il popolo smetterà la sua contesa.
Lascia perdere la tua saggezza e il tuo discernimento, 
E il popolo ne trarrà cento volte profitto.
Lascia perdere il tuo senso dell'umanità e di giustizia, 
E il popolo ritroverà l'amore che lega padre e figlio.
Dall'abbandono della grande via nacque il senso dell'umanità e di giustizia.
Dalle emergere dell’intelligenza e del discernimento nacque il grande artificio.
Dalla discordia fra i sei rapporti di parentela nacquero pietà filiale ed amor paterno. 
Dalla confusione e dal disordine nello stato nacquero fedeltà e lealtà. 


La risposta del Lao Tzu, quanto mai paradossale, è di "non far nulla", di restare nel " non agire" (wu wei). [...] Occorre cercare di capire cosa si intende davvero per "non agire". [...] Per esemplificare il suo paradosso centrale, noto dalla metà del III secolo come la strategia che consiste nel vincere cedendo, Lao Tzu fa ricorso ad una metafora privilegiata nei testi filosofici e degli Stati Combattenti: quella dell'acqua. [...] Nel Lao Tzu, l'acqua rappresenta l'elemento più umile, in apparenza il più insignificante che, pur senza opporre resistenza a nulla, riesce ad avere la meglio sui materiali ritenuti più solidi:


L'uomo del bene supremo è come l'acqua 
L'acqua, benefica a tutti, di nulla è rivale
Essa ha dimora nei bassifondi da tutti sdegnati 
E alla Via è assai vicina.
Niente al mondo è più cedevole e più debole dell'acqua 
Ma per intaccare ciò che è duro e forte, niente la supera 
Niente potrebbe prenderne il posto 
Che la debolezza vince la forza 
E la mollezza vince la durezza 
Non v'è nessuno sotto il cielo a non saperlo
Benché nessuno lo sappia mettere in pratica. [...]




Per la sua natura inafferrabile e labile, essa è all'infimo margine tra il nulla e il qualcosa, fra il "non c'è" e il "c'è", e passa attraverso infinite trasformazioni. [...]
Poiché scorre sempre verso il punto più basso, essa è ciò verso cui tutto confluisce, ed evoca così l'immagine della Valle. Nella sua umiltà è ciò che dà vita ad ogni cosa, simbolo in questo l'elemento femminile, dello Yin che conquista lo Yang per attrazione piuttosto che per costrizione.
Dall'immagine della femminilità, si arriva così del tutto naturalmente a quella della madre, di cui il Lao Tzu fa niente di meno che una delle designazioni della via stessa, "madre del 10.000 esseri".[...]
Il Lao Tzu privilegia in modo del tutto particolare il lato femminile, rispetto all'ordine confuciano, che è eminentemente Yang è centrato sulla figura del padre: 


Lo spirito della Valle non muore 
Ha misterioso nome femminile 
La porta del misterioso femminile 
A nome radice del cielo-terra
Un filo sottile, che esiste appena, 
E tuttavia, per quanto usato, mai si usura. 




L'acqua e le metafore che vi sono associate valgono ad esemplificare questo paradosso: il debole riesce a trionfare sul forte, ciò che è flessibile su ciò che è rigido, ciò che è molle su ciò che è duro.[...] Insomma il non-agire vince sull'agire per attrazione piuttosto che per costrizione, per modalità di essere piuttosto che di avere o di fare.[...]
Il "non agire" non consiste nel "non far nulla" nel senso di incrociare passivamente le braccia, ma nell'astenersi da ogni azione aggressiva, diretta, intenzionale, interventista, al fine di lasciare agire l'efficacia assoluta, la potenza invisibile (de) del Dao. Il non agire è ciò che Lao Tzu chiama "l'agire senza traccia", in quanto "colui che sa camminare non lascia traccia". Il santo è colui che "aiuta i 10.000 essere a vivere secondo la loro natura, guardandosi dall'intervenire", che "dà la vita senza appropriarsene, agisce senza prevalersene, compie la propria opera senza attaccarsi".[...] Il paradosso consiste nel prendere in contropiede determinate abitudini del pensiero: preferire il debole al forte, il non agire all'agire, il femminile al maschile, il sotto al sopra, l'ignoranza la conoscenza eccetera. Il Lao Tzu parla di "preferire" e non di tenere conto soltanto del debole escludendo il forte, in quanto le coppie di opposizione nel pensiero cinese non sono mai a carattere esclusivo, ma complementare, poiché i  contrari sono in relazione non già logica, bensì organica e ciclica, sul modello generativo della coppia Yin/Yang. Il paradosso più radicale consiste certamente nell'affermare che nulla ha più valore del qualcosa, il vuoto ha più valore del pieno, che il "non c'è" prevale sul "c'è":


Trenta raggi convergono nel mozzo
Ma è proprio dove non c'è nulla che sta l'utilità del carro 
Si plasma l'argilla per fare un recipiente 
Ma è dove non c'è nulla che sta l'utilità del recipiente 
Si aprono porte e finestre per fare una stanza 
Ma è dove non c'è nulla che sta l'utilità della stanza 
Così il "c'è" presenta delle opportunità che il "non c'è" trasforma in utilità




Il paradosso tocca qui il suo culmine: l'assenza avrebbe più presenza di ciò che è presente, il vuoto avrebbe un efficacia che il pieno non possiede. Nel suo intento di radicalizzazione, il Lao Tzu presenta una formulazione più aspra del Chuang Tzu, che perlopiù si limita ad ironizzare sulla relatività delle cose. Invece della domanda "come so che so che ciò che chiamo conoscenza non è ignoranza? E come so che ciò  che chiamo ignoranza non è conoscenza? ", il Lao Tzu afferma: 

Considerare la conoscenza come non conoscenza, ecco ciò che è bene 
Considerare la non conoscenza come conoscenza, qui sta il male 
Si guarisce da un male che si ritiene un male 
Il saggio non sta male punto è il suo male che sta male. 
Quanto a lui, sta davvero bene! 


Il paradosso che si contrappone a determinate abitudini intellettuali e adatti valori convenzionali alla funzione di mostrare che porre qualcosa e porre con suo stesso il suo contrario. Le distinzioni e le opposizioni che istituiamo per abitudine o per convenzione non hanno dunque in sé stesse alcun valore: 


Quando si ritiene bello il bello viene il brutto 
Quando si ritiene bene il bene viene il male 
"C'è" e "non c'è" si generano a vicenda 
Facile e difficile si completano 
Lungo e corto rinviano l'uno all'altro 
Alto e basso inclinano l'uno verso l'altro 
Musica e rumore sono insieme consonanti 
Davanti e dietro si seguono 




Si ha ben presto modo d'accorgersi che tutti questi paradossi si fondano sulla constatazione di una legge naturale: la legge ciclica secondo la quale tutto ciò che è forte, duro, superiore, è stata all'inizio debole, molle, inferiore, ed è destinato a ridiventarlo: 


Una cosa, prima di chiudersi, si apre 
Prima di declinare, si rafforza 
Prima d'esser distrutta, conosce lo sbocciare 
Prima d'essere priva, pienamente riceve 


È nel debole e nel passivo che il forte e l'attivo hanno origine: ebbene, ogni cosa non può, presto o tardi, che fa ritorno all'origine: "gli esseri, giunti al loro culmine, non possono che far ritorno". In virtù di questa logica naturale, per cui ogni cosa che sale dovrà necessariamente ridiscendere, il fatto di rafforzare un nemico, può al limite servire ad affrettarne la caduta: 


Ciò che si deve chiudere 
Bisogna prima aprirlo 
Prima consolidare 
Ciò che è da indebolire 
Prima favorire 
Ciò che è da distruggere 
E prima dare 
Ciò che è da prendere 
Questo si chiama "illuminazione sottile"
Il molle vince il duro, il debole vince il forte. 




QUESTA "ILLUMINAZIONE SOTTILE" È ALLA BASE DELLA TOLLERANZA TAOISTA DI CUI SI TRATTA IN LAO TZU, E CHE NON HA A CHE VEDERE CON L'AMORE CRISTIANO PIÙ DI QUANTO NON NE ABBIA CON LA COMPASSIONE BUDDISTA. IL SAGGIO MANIFESTA PER GLI ESSERI E LA TOLLERANZA DEL CIELO E DELLA TERRA NEL SENSO CHE, COME LORO, "NON VIVE PER SE STESSO". NON È IN ALCUN MODO IMPLICATA QUI ALCUNA MOTIVAZIONE MORALE, MA SI TRATTA PIUTTOSTO DI UNA LEGGE NATURALE: COME IL CORSO D'ACQUA CHE SCORRE PIÙ BASSO È "RE" DEI CORSI D'ACQUA SUPERIORE IN QUANTO SE NE ARRICCHISCE, COSÌ IL SANTO TAOISTA, PONENDOSI PIÙ IN BASSO DEGLI ALTRI, FA IN MODO CHE GLI ALTRI FINISCANO PER ANDARE NEL SUO STESSO SENSO. CIÒ SI CHIAMA "AGIRE TRAMITE IL NON AGIRE". QUESTA È IMPORTANTE: SE IL SANTO DEL LAO TZU FA IL CONTRARIO DI CIÒ CHE SI FA ABITUALMENTE, NON È PER CALCOLO NÉ PER DESIDERIO DI DISTINGUERSI: NON È ALLO SCOPO DI DIVENTARE IL PIÙ FORTE CHE SI FA UMILE DEBOLE, MA SEMPLICEMENTE PERCHÉ LA LEGGE NATURALE DI TUTTE LE COSE È DI ANDARE DAL BASSO IN ALTO, E QUINDI DI TORNARE ALLA FONTE. MA GLI UOMINI, NELLA LORO IMMANE STOLTEZZA, COSTANTEMENTE SI SFORZANO DI CONTRASTARE TALE LEGGE, AFFANNANDOSI A RAGGIUNGERE POSIZIONI DI SUPERIORITÀ E DI POTERE. INVECE DI AFFATICARSI O NUOTARE CONTROCORRENTE, IL LAO PROPONE DI RIENTRARE NELLA CORRENTE, DI LASCIARSI PORTARE DALL'ONDA. PROPRIO COME IL NUOTATORE DEL CHUANG TZU CHE "SEGUE IL DADO DELL'ACQUA SENZA CERCARE DI IMPORVI IL PROPRIO IO VIRGOLETTE, IL LAO TZU HA COMPRESO CHE PER COLUI CHE SI TROVA NEL CAVO DELL'ONDA IL SOLO MODO DI NON VENIR SOMMERSE ANNEGATO E LASCIARSI PORTARE DALLA CORRENTE, POICHÉ IN TAL MANIERA NON PUÒ CHE RISALIRE. QUESTA METAFORA DELL'ACQUA E DELLA CORRENTE, CHE RICORRE QUI UNA VOLTA DI PIÙ, STA AD INDICARE CHE LA FRATTURA FRA CIÒ CHE È NATURALE E LA MORALITÀ – PER DIRLA ALTRIMENTI, FRA IL CIELO E L'UOMO – È CONSUMATA. [...]




Per il Lao Tzu, la natura (ossia il cielo), è totalmente priva di senso morale: 

Il cielo terra è privo di umanità (ren) 
Tratta i diecimila esseri come cani di paglia 
Il santo è privo di umanità 
Tratta le cento famiglie come cani di paglia 
Lo spazio fra cielo e terra 
Non è forse simile a un immenso mantice di fucina? 
Vuoto e tuttavia inesauribile 
Messo in moto, sempre più sventaglia. 
Soverchie parole in fretta si consumano 
Meglio è restare al centro. 

Mentre i confuciani valorizzano il mezzo, precario e mobile equilibrio generatore d'armonia, i taoisti sono alla ricerca del centro, vale a dire dell'origine.[...]

L'esistenza di una teoria politica nel Lao Tzu può sorprendere, se si fa riferimento a una concezione ormai largamente diffusa del Taoismo come saggezza individuale. In effetti, soltanto il Chuang Tzu si pronuncia per un deliberato disimpegno dalla politica che, nel Lao Tzu, rappresenta invece un aspetto primario della pratica del Dao. in quanto ambito di applicazione per eccellenza del non agire. [...]
Non agire equivale dunque ad astenersi da ogni azione che sia intenzionale, diretta, in virtù del principio che un'azione può essere davvero efficace soltanto se va nel senso della naturalezza. Il tema centrale del non agire conduce così a quello del ritorno alla natura originaria. Se il primo, come si è visto, è associato all'acqua, il secondo è evocato tramite immagini come il legno grezzo, la seta grezza o il neonato: 


Riconosci in te ciò che è maschile 
Ma attieniti a ciò che è femminile 
Fatti burrone del mondo 
Essere burrone del mondo 
È unirsi alla virtù costante 
E tornare alla prima infanzia.
Riconosci in te il bianco
Ma attieniti al nero 
Fatti norma del mondo 
Essere norma del mondo 
È partecipare della virtù costante 
È tornare al senza limiti. 
Riconosci in te la gloria 
Ma attieniti all'oscurità
Fatti Valle del mondo 
Essere Valle del mondo 
È avere in abbondanza la virtù costante 
E tornare alla semplicità del legno grezzo.
Il blocco della semplicità originaria
Viene intagliato in utensili 
Ma il santo, è il blocco integro e intatto 
Che egli adotta come ministro 
Poiché il maestro dell'arte si guarda dal tagliare.




Quanto al neonato, su quale il Lao Tzu ritorna a lungo e ripetutamente, esso rappresenta l'energia vitale allo stato puro che ogni essere deriva dalla potenza stessa del Dao (il de, termine usualmente, ma inadeguatamente, tradotto con virtù), il soffio originario ancora intatto, una forza che non è disciplinata né inalveata. [...]
Il non agire si configura come una modalità per ritornare al nostro stato di natura, quale era alla nostra nascita. Il ritorno alla prima infanzia evoca qui non l'innocenza, ma l'origine perduta appunto la perdita dell'origine si avverte effettivamente a contatto con i bambini: benché consapevoli di essere passati noi stessi per tale condizione, abbiamo la sensazione che tutto ciò sia cancellato punto di cui una certa difficoltà a rimettersi in contatto con tale stato originario. 


DIVERSAMENTE DALLE TEORIE ANTROPOLOGICHE MODERNE, IL LAO TZU NUTRE IL SOGNO DI UNO STATO PRIMITIVO ESENTE DA OGNI FORMA DI AGGRESSIONE O DI COSTRIZIONE DELLA SOCIETÀ SULL’INDIVIDUO, IN CUI L'ASSENZA DI MORALE, DI LEGGE, DI PUNIZIONI NON INDUCE GLI INDIVIDUI AD ESSERE A LORO VOLTA AGGRESSI, E IN CUI NON V'È DUNQUE NÉ GUERRA, NÉ CONFLITTO, NÉ SPIRITO DI COMPETIZIONE O VOLONTÀ DI DOMINIO. TALE SOGNO SI TRADUCE NELLA VISIONE DI ILIACA DI PICCOLE COMUNITÀ AUTARCHICHE, ABBASTANZA VICINE FRA LORO DA SENTIR CANTARE IL GALLO E ABBAIARE IL CANE DEL VICINO, MA ABBASTANZA DISTANTI DA EVITARE I CONFLITTI: 


È un piccolo paese con pochi abitanti. 
Anche se avessero utensili per 10 o 100 uomini 
Essi non se ne servirebbero 
Temono la morte, e non se ne vanno a migrare lontano 
Anche se avessero barche e carri, non ne farebbero uso 
Anche se avessero armi ed armature, non Ne farebbero sfoggio.
Essi tornano all'uso delle cordicelle annodate 
E trovano gustoso il loro cibo
E ritengono adeguate le loro vesti 
Comode le loro dimore 
Piacevoli e le loro usanze 
Da questo paese a quello vicino 
Si odono cantare i galli e i cani abbaiare 
Ma coloro che vi abitano giungeranno alla morte in vecchiaia 
Senza essersi mai frequentati.


Vi è nel Lao Tzu la profonda convinzione che l'uomo nella sua natura originaria, pre sociale, sia completamente privo di aggressività. I temi del non agire e dell'incontaminata natura originaria implicano quello del ritorno: ritorno all'origine, al Dao. Come nel Chuang Tzu vi è la distinzione fra i dao e il Dao, tale parola nel Lao Tzu non designa soltanto una via (quella del non agire), ma la Via, ossia la realtà ultima nella sua totalità, nel suo principio e nella sua origine. Così il Dao è la prima parola del Lao Tzu, anche se non ne sapremo mai l'ultima: 


Il Dao che si può dire non è il Dao costante 
Il nome che può nominarlo non è il nome costante 
Senza nome: inizio del cielo terra 
Che ha nome: madre dei 10.000 esseri 
Così nel senza desiderio costante, riconosciamo il germe 
Nel che ha desiderio costante, riconosciamo il termine. 


Fin dai primi due versi si evoca la questione dell'indicibile, che situa immediatamente la Via del Lao Tzu a margine rispetto alle altre vie, le quali sono invece del tutto dicibili. La nozione essenziale e totale di Dao, posta in parallelo con il nome, si comprende innanzitutto in termini di linguaggio.
Nei quattro versi che seguono, il Dao implica un aspetto dicibile e un aspetto indicibile , un aspetto "senza" e un aspetto "con". 

In quanto origine assoluta, prima di produrre il cielo terra, il Dao è innominabile. Ma nel fatto stesso di generare il cielo terra, nell'avvento della manifestazione, diviene denominabile e assume il nome di "madre dei 10.000 esseri". 
In questi primissimi versi, costruiti simmetricamente, l'indicibile è evocato non tramite le parole, ma mediante il parallelismo delle frasi. Al fine di non lasciarsi chiudere nell'enunciato di una proposizione, il Lao Tzu ne enuncia subito il contrario, procedendo così come un funambolo sul filo dell'indicibile: dà un colpo di bilanciere a destra, un colpo a sinistra, e grazie a questa oscillazione avanza, in un'insostenibile leggerezza. 
Così termina questa prima stanza: 

Due, originati da una stessa fonte Ma che recano nomi diversi 
Questo due uno si chiama mistero 
Mistero aldilà del mistero 
Porta di ogni prodigio. 


Mistero, in effetti, è tale duplice aspetto del Dao che resta tuttavia uno: il Dao è costante invisibile che al tempo ingloba tutta la realtà dicibile, in quanto queste due dimensioni non sono dissociabili. Vale a dire che il costante, ossia l'uno, non è l'assoluto che si cela dietro il mutevole e molteplice, come se si trattasse di una realtà occultata dietro il velo delle apparenze.
Come s'è visto, lo scetticismo di Chuang Tzu non verte tanto sulla dicotomia apparenza/realtà quanto piuttosto sulla dicotomia linguaggio/realtà. Le opposizioni che il linguaggio introduce fra costante e mutevole, uno e molteplice sono in effetti, designazioni diverse di una sola e medesima entità: "Due , originati da una stessa fonte ma che recano nomi diversi". Saprà attingere il "mistero al di là del mistero" colui che avrà compreso che anche il "c'è" e il "non c'è" non costituiscono due realtà distinte. 




Nella prospettiva del Lao Tzu, non sono i nostri sensi ad ingannarci, consentendoci di cogliere soltanto delle apparenze. All'origine della nostra risibile certezza di aver presa sulla realtà stanno le distinzioni che vi pratichiamo tramite le categorie del linguaggio. Sono le distinzioni che falsano e limitano le nostre funzioni sensoriali, e che suscitano i nostri "desideri", ossia gli impulsi ad andare in un senso o nell'altro, mentre il Dao. è quiete:


Il Dao. ha la sua Costanza nel non agire 
Eppure per suo tramite tutto si compie 
Se a questo si attenessero principi e sovrani 
I diecimila esseri da sé si trasformerebbero 
Per quanto mutamento diventi velleità d'agire 
Semplicità senza nome sa farla rinsavire 
Poiché semplicità senza nome è anche senza desiderio 
Il senza desiderio si attinge tramite la quiete 
E il mondo allora si determina da sé. 

Uno e costante non sono trascendenti rispetto al mutevole e al molteplice. Al contrario: la realtà in tutta la sua molteplicità ne deriva direttamente, organicamente, in un rapporto di generazione e non per un atto di creazione da zero o "divino":

Il Dao. genera l'uno 
Uno genera due 
Due genera tre 
Tre, i diecimila esseri
I diecimila esseri portano lo Yin sul dorso e lo Yang fra le braccia 
Mescolando i loro soffi, e si realizzano l'armonia. 

[...] Il Dao genera uno, vale a dire il tutto che è la realtà, la cui unità si manifesta nel soffio originario. Il dinamismo del soffio, che la modalità stessa dell'esistenza del Dao, significa che l'uno non è monolitico e statico nella sua unicità e unità, ma si diversifica nella dualità dei soffi e dello yin yang, o del cielo terra. Ma la dualità non è conclusa in sé: essa resterebbe bloccata in una contrapposizione sterile, se non fosse animata dalla relazione ternaria che introduce la possibilità di mutamento e trasformazione. È così che la dualità dei soffi yin yang viene ad esser dinamizzata dal vuoto. 

Nei termini cosmologici in auge sotto gli Han, tale relazione ternaria si traduce nella triade cielo-terra-uomo. 
Il tre configura una relazione chiusa ed aperta insieme, che basta a se stessa e che contemporaneamente è capace di contenere l'infinito, che esprime la totalità dell'universo visibile ed invisibile nella sua unicità e ne assume al contempo la molteplicità costruttiva. [...] Nel passaggio dal Dao. ai diecimila esseri, si assiste al dispiegarsi dall'uno al molteplice, processo in cui il soffio originario, di qualità infinitamente sottile, si suddivide si diversifica in qi di qualità sempre più grossolana, densa e compatta. L'aspirazione a far ritorno all'unità perduta si trova anche in altre culture, ma ciò che resta specifico del pensiero cinese è la continuità assicurata dall'andirivieni costante fra il "non c'è" e il "c'è", fra l'invisibile e il visibile.
La difficoltà a designare l'indesignabile, ossia ciò che è ad un tempo uno è molteplice, dicibile ed indicibile insieme, è un tema ricorrente nel Lao Tzu:

È un essere formato nel caos 
Nato prima di Cielo e terra 
Silenzio! Vacuità! 
Se ne sta solo, inalterabile 
Circolando ovunque senza esaurirsi 
Si può ravvisarvi la madre del mondo 
Ignorandone il nome, lo chiamo Dao. 
In mancanza d'altro nome, lo dirò "grande"
Grande, per dire che scorre 
E scorrendo, si estende lontano 
All'estrema distanza, fa ritorno. 




LA PAROLA È PROFERITA: RITORNO. È QUI CHE SI TROVA IL SEGRETO DEL TAO E QUELLO DELLA SUA COMPRENSIONE, COME DICE UNA STANZA CHE, IN POCHE PAROLE, RIASSUME LA QUINTESSENZA DEL LAO TZU: 
"IL RITORNO È IL MOVIMENTO STESSO DEL DAO
LA DEBOLEZZA È L'EFFICACIA STESSA DEL DAO 
I DIECIMILA ESSERI SOTTO IL CIELO NASCONO DAL "C'È"
E IL "C'È" NASCE DAL "NON C'È"
COME SI È VISTO, IL RITORNO È INNANZITUTTO RITORNO A UNO STATO PRIMITIVO DI MERA NATURALEZZA: LO STATO DI DEBOLEZZA DEL NEONATO PER L'INDIVIDUO, LO STATO DI NATURA NON È AGGRESSIVO PER L'UMANITÀ NEL SUO INSIEME PUNTO REGREDENDO ANCORA, SI TORNA ALLO STATO PURO E SEMPLICE DEL VIRGOLETTE C'È ", E PROCEDENDO OLTRE IN QUESTO RITORNO, SI PERVIENE AL VIRGOLETTE NON C'È ANCORA", O PIÙ ESATTAMENTE A CIÒ CHE NON È ANCORA MANIFESTO: STATO DAVVERO ORIGINARIO DI FUSIONE, DI NON DIPENDENZA TOTALE, CHE IL LAO TZU, COME IL CHUANG TZU, CHIAMA "TALE DI PER SÉ "(SPONTANEITÀ, ZIRAN) OSSIA "CIÒ CHE VA DA SÉ" NELLA PURA SPONTANEITÀ. 




Il procedimento di comprensione del Dao. è dunque a ritroso, controcorrente rispetto ad ogni procedura consueta, è una via negativa: 


Praticare lo studio è sempre più accrescersi 
Praticare il Dao. è sempre più decrescere 
Decrescere al di là del decrescere, fino ad attingere il non agire
Non far nulla, e non vedo nulla che allora non si compia. 


È qui esplicita l'opposizione alla via confuciana, fondata sull'apprendere che è cammino in avanti, progressivo e cumulativo. Per il Lao Tzu, "praticare il Dao" è procedere su un cammino senza cammino per imparare a disimparare, decrescere, ridursi al sempre più semplice, fino a raggiungere una comprensione immediata delle cose e un'efficacia che ha una presa diretta su di esse. E precisamente tale efficacia immediata e irresistibile che designa il de (virtù) o meglio, potenza del Dao.


Quest'ultimo, essendo per eccellenza l'indifferenziato, non può essere compreso che attraverso la potenza delle sue operazioni, delle sue manifestazioni, della sua azione. Ora, quale azione potrebbe essere più efficace di quella che si lascia portare dall'onnipotenza del Dao? Quale cosa potrebbe resistere ad un'azione che va nel suo stesso senso? In tale prospettiva, il non-agire spinto all'estremo perviene a un atteggiamento esistenziale, che equivale ad essere nella propria massima semplicità. Poiché anche nel modo d'essere, vi è un modo di essere qualcuno, di volersi affermare, di "imporre il proprio io", come dice il Chuang Tzu: 


Il cielo dura, la terra persiste 
Cos'è dunque che li fa persistere e durare? 
È che essi non vivono per se stessi 
Ecco ciò che le fa vivere per l'eternità 
Allo stesso modo il santo tra indietro la propria persona 
E così essa si trova al primo posto 
La pone in ritiro 
E così essa si preserva 
Non è forse perché egli è senza il proprio io 
Che, in tal modo, il suo io si compie? 




OGNI FORMA DI SPIRITUALITÀ INIZIA CON UN "LASCIARE LA PRESA", CON UNA RINUNCIA ALL'IO LIMITATIVO E LIMITANTE. SI POTREBBE DEFINIRE IL RITORNO DI CUI PARLA IL LAO TZU COME ESPERIENZA MISTICA, MA CON QUESTA PRECISAZIONE: INVECE DI RAPPRESENTARE LO SFORZO PER ANDARE AL DI LÀ – OLTRE ALL'ESPERIENZA VISSUTA, AL DI LÀ DEL BENE E DEL MALE- ESSA SI CONFIGURA COME TENTATIVO DI FAR RITORNO AL DI QUA, FINO ALL'ASSORBIMENTO COMPLETO DEL "C'È" NEL "NON C'È". IN TAL SENSO, LA MISTICA TAOISTA RISULTA LA SOLA DIMENSIONE SPIRITUALE PRECEDENTE ALL'INTRODUZIONE DEL BUDDISMO NEL PENSIERO CINESE CHE PRENDE UNA DIREZIONE DIVERSA RISPETTO ALLA SCOMMESSA CONFUCIANA SULL'UOMO: 


CHI SA NON PARLA 
CHI PARLA NON SA 
TIENI LA BOCCA CHIUSA 
TIENI LA PORTA CHIUSA 
SMUSSA QUANTO È AFFILATO 
SCIOGLI QUANTO È INTRICATO 
ARMONIZZA OGNI LUCE 
MESCOLA OGNI POLVERE 
QUI RISIEDE L'UNITÀ MISTERIOSA 
ATTINGI LA SUPREMA VACUITÀ 
SERBA IN TE LA QUIETE
NELLE ESUBERANTE MANIFESTARSI DEGLI ESSERI 
IO CONTEMPLO IL LORO RITORNO 
POICHÉ OGNI COSA DOPO ESSERE FIORITA 
RITORNA ALLA SUA RADICE 
RITORNO ALLA RADICE HA NOME QUIETE - RITORNO A DESTINAZIONE 
RITORNO A DESTINAZIONE A NOME "COSTANTE"
CONOSCERE CIÒ CHE È COSTANTE HA NOME ILLUMINAZIONE.


Eccoci arrivati anche questa volta alla fine del nostro appuntamento! Io vi ringrazio per essere arrivati fin qui nella lettura, e vi do appuntamento se vorrete al prossimo post nel quale faremo la conoscenza dell'altro filosofo considerato erede di Confucio, Xunzi, e della Scuola dei Legisti!!!


Un caro saluto, 




Simone





"L'UTILITA' DI UNA TAZZA STA NEL SUO ESSERE VUOTA"











































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