XUNZI, EREDE REALISTICO DI CONFUCIO - "STORIA DEL PENSIERO CINESE" DI ANNE CHENG
Buongiorno e bentrovati!!!
L'appuntamento di oggi, ancora sulla splendida opera "STORIA DEL PENSIERO CINESE" DI ANNE CHENG, ci porterà a conoscere quello che è generalmente conosciuto come il reale successore di Confucio: Xunzi.
Personalmente, ho trovato interessante ed utile approfondire la conoscenza dei principali esponenti delle differenti scuole di pensiero, per poter meglio inquadrare il contesto generale nel quale si è configurata l'evoluzione del taoismo; in questo senso, è impressionante notare come, almeno a mio parere, praticamente tutte le scuole più importanti dell'epoca si siano a un tratto parametrate ad esso: ironia della sorte, nel loro continuo "affacendarsi" per convincersi e convincere discepoli, ministri e sovrani della bontà delle loro teorie, si andavano almeno in parte paragonando anche alla scuola la cui teoria principale risiede nel "wu wei", cioè nel "non fare"!!! E questo mi porta nuovamente a esprimere, anche se non ce ne sarebbe bisogno, come più venga a conoscenza delle differenti vedute di altre filosofie, più mi pare che la più innovativa, sempre attuale e davvero impressionante nella sua potenza, sia proprio il Taoismo.
Ricordandovi che quanto segue è tratto dall'edizione Einaudi di "STORIA DEL PENSIERO CINESE" DI ANNE CHENG, vi auguro una buona lettura!!!
Il Xunzi colpisce fin dall'inizio per il vigore del discorso - se non addirittura per un indurirsi del tono – in rapporto al messaggio confuciano di Mencio. Più ancora di Mencio, Xunzi si impone come polemista: il suo pensiero si costruisce tramite ed entro la controversia e, pur senza riconoscerlo sempre, si alimenta delle idee che sottopone a critica.
Si è spesso affermato che Mencio e Xunzi rappresentano due facce, diverse ma complementari, dell'eredità confuciana. Mentre il primo ne presenterebbe il versante idealistico, suffragandone la scommessa sull'uomo con la convinzione che la natura umana è buona, il secondo ne farebbe risaltare il versante realistico in tutto il suo vigore e il suo rigore. La fama di "uomo d'azione" di Xunzi doveva anche valergli l'accostamento ai legisti: non è un caso che egli annoveri fra i suoi più eminenti discepoli Han Feizi, che conferì al legismo i suoi titoli di nobiltà filosofici, e Li si, ministro dai metodi autoritari di colui che sarebbe divenuto primo imperatore della Cina.
SIGNIFICATIVAMENTE, LA "GRANDE RIVOLUZIONE CULTURALE PROLETARIA" SVOLTASI DAL 1966 AL 1976, RIDUCENDO IL DIBATTITO FRA TUTTE LE CORRENTI DI PENSIERO DEGLI STATI COMBATTENTI ALLA "LOTTA FRA LA LINEA CONFUCIANA E LEGISTA", AVVERTI L'ESIGENZA DI RICONDURRE A QUEST'ULTIMA XUNZI, BENCHÉ EGLI SIA STATO DA SEMPRE CONSIDERATO UN CONFUCIANO AUTENTICO.
Resta il fatto che il Xunzi si distingue nettamente, a partire dalla forma, dal Mengzi. Mentre quest'ultimo rappresenta delle conversazioni, [...] lo Xunzi è costituito di 32 capitoli, di cui ciascuno forma un trattato teorico su un preciso argomento, e gli scambi di domande-risposte vi hanno luogo solamente in modo fittizio, fra un obiettore immaginario e l'autore presunto.
CON LO HAN FEIZI, [...] IL XUNZI È LA SOLA OPERA CONOSCIUTA DELL'ANTICHITÀ CINESE A PRESENTARSI COME UN DISCORSO STRUTTURATO, CONCATENATO E CONTINUO. ESSO SEGNA DUNQUE UNA TAPPA DECISIVA NEL CAMMINO DEL PENSIERO DELL'EPOCA PRE IMPERIALE VERSO UN DISCORSO SEMPRE PIÙ ARTICOLATO E RAZIONALE, E RAPPRESENTA AL CONTEMPO UN MODELLO DI STILE DI CHIAREZZA ELOCUTIVA.
La data di nascita di Xunzi, incerta, è collocata fra 340 e il 305 a. C, ossia all'epoca della maturità di Mencio. Nativo di Zhao, al nord della Cina degli Stati Combattenti, Xunzi si stabilì ben presto alla famosa accademia Jixia di Qi , uno degli "stati centrali" di tradizione ritualistica di cui erano originari Confucio e Mencio. Tale Accademia allora era appena stata fondata, per volontà di sovrani desiderosi di unire il prestigio culturale alla loro politica di egemonia. Fu in particolare re Xuan di Qi, che regnò fra 319 e il 301 a.C. e che Mencio conobbe personalmente, ad incoraggiare letterati di tutti i principati a venire a Jixia, offrendo loro ogni agio per poter proseguire il loro studi ed esporre le loro dottrine, così che l'accademia divenne, all'inizio del III secolo a.C., uno dei principali centri di attività culturali, il punto di raccolta dei grandi pensatori dell'epoca[...].
LA CREAZIONE DELL'ACCADEMIA JIXIA SEGNA L'APOGEO DEL RICONOSCIMENTO DA PARTE DEL POTERE POLITICO DEL PRESTIGIO MORALE INTELLETTUALE DEGLI SHI. NEL QUADRO DI TALE ISTITUZIONE, QUESTI ULTIMI ACQUISISCONO UNO STATUTO CHIARAMENTE DEFINITO DI DETENTORI DEL SAPERE, E SI FREGIANO DELL'APPELLATIVO DI "MAESTRI". BENCHÉ NON RIVESTANO ALCUNI INCARICO GOVERNATIVO, HANNO UN RANGO EQUIVALENTE A QUELLO DEI FUNZIONARI SUPERIORI NELLA GERARCHIA BUROCRATICA; SONO RETRIBUITI E MANTENUTI PER CONFRONTARE LE LORO DIVERSE CONCEZIONI DEL DAO, CON LA SOLA MANSIONE DI "DISCUTERE E NON DI GOVERNARE". CON L'ISTITUZIONALIZZAZIONE DELLO STATUTO DEGLI SHI, SI ASSISTE ALLA MESSA IN OPERA DI UN DISPOSITIVO QUANTOMENO PARADOSSALE: L'ORGANIZZAZIONE DI UNO SPAZIO DI DISIMPEGNO DALLA POLITICA DA PARTE DEL POTERE POLITICO STESSO. QUEST'ULTIMO È CONSAPEVOLE DELL'IMPOSSIBILITÀ DI FONDARE LA PROPRIA ILLEGITTIMITÀ SUL MERO USO DELLA FORZA E DELLA NECESSITÀ DI FARE RICORSO ALL'AUTORITÀ MORALE, COSÌ COME I DIVERSI DAO [...] SONO INDOTTI A LOTTARE PER L'EGEMONIA, CIOÈ PER UNA POSIZIONE DI DOMINIO CHE CONSENTE A LORO DI UNIFICARE GLI ANIMI. NE CONSEGUE DUNQUE LA RIVENDICAZIONE, DA PARTE DI OGNI CORRENTE DI PENSIERO, DI RAPPRESENTARE L'AUTENTICO ED UNICO DAO, CHE DA QUESTO MOMENTO VIENE AD ESSERE CONCEPITO IN TERMINI DI "PRINCIPIO D'ORDINE" (ZHIDAO), COME AVVIENE NEL XUNG ZI.
Sembra che, verso il 255, Xunzi si sia visto offrire una posizione di alto magistrato nel regno meridionale di Chu, in cui sarebbe rimasto fino alla morte, di cui pure si ignora la data. Pur se certo non visse abbastanza da assistere all'unificazione finale dell'impero attuata da Qin nel 221 a.C. egli fu tuttavia testimone della fine ufficiale e definitiva della dinastia Zhou nel 249, che segna il crollo di tutto un antico mondo e che spiega in gran parte la sua interpretazione, lucida e priva di concessioni, dell'insegnamento confuciano. Questi scarsi elementi biografici [...] ci suggeriscono le immagini di un grande intelletto avvezzo alla polemica e [...] impegnato in responsabilità politiche al servizio della maggior potenza politica del momento.
Non è dunque sorprendente che la sua visione dell'uomo differisca in qualche misura da quella dei suoi predecessori. Xunzi non nasconde, ad esempio, una certa ammirazione per l'efficacia del governo di Qi, campo di sperimentazione delle teorie politiche legiste che egli ebbe occasione di visitare. Ma, da buon confuciano, Xunzi continua a pensare che tutta la potenza militare di Qin non basterebbe a rovesciare un sovrano che governasse con umanità e che godesse, secondo l'idea di Mencio., del sostegno del popolo.[...] Ciò che Xunzi rimprovera ai legisti non è tanto il loro ricorso alla forza - e in questo si discosta da Mencio, assai più intransigente a tal proposito – quanto il loro esclusivo ricorso ad essa. L'ideale da lui delineato consiste in un modo di governare capace di coniugare senso dell'umanità e punizioni, carisma morale e gestione del potere – prefigurazione del confucianesimo han, che sottenderà a un discorso morale confuciano i metodi coercitivi legisti.
Xunzi figura come pensatore "adulto ", che concepisce l'uomo in piedi dinanzi al cielo, e non più in una posizione di dipendenza nei suoi confronti. [...] In questo periodo, in cui si assiste al declino finale della sovranità Zhou, la questione del cielo è divenuta incircoscrivibile, a tal punto che la nozione stessa di Tao, centrale per tutto il pensiero cinese, si confonde ormai con quella del cielo o della natura.[...] Sunzi, da parte sua, dissocia nettamente l'ambito cosmologico del cielo dall'ambito etico-politico dell'uomo. Tuttavia, come si è già ha avuto modo di notare a proposito delle coppie d'opposti nel pensiero cinese, tale dissociazione non riveste un carattere di esclusione, in quanto il cielo e l'uomo formano un continuum in cui il secondo rappresenta il complemento del primo. Nella visione di Xunzi, l'uomo porta a compimento l'opera cosmica del cielo e della terra, coi quali forma una triade, in virtù della sua capacità di "distinguere".[...]
Contrapponendosi alla tendenza, sempre più marcata nella sua epoca, di stabilire un rapporto di corrispondenza fra cielo e uomo, Xunzi traccia la linea di demarcazione che, secondo lui, li separa, ma ciò facendo assegna una posizione privilegiata all'uomo, elevato al rango di terza potenza cosmica, e il cui ordine è indipendente dalle stagioni del cielo e dalle risorse della terra:
"Ordine e disordine dipendono forse dal cielo? A mio parere, sole, Luna, stelle, fenomeni astrali erano gli stessi al tempo di Yu (il saggio re fondatore della dinastia Xia) come all'epoca di Jie (archetipo del tiranno sanguinario, ultimo Sovrano della medesima dinastia). Con Yu regnò l'ordine, con Jie il disordine ordine disordine non sono dunque opera del cielo.
Dipenderebbero forse dalle stagioni? I germogli crescono rigogliosi in primavera e in estate, in autunno verrà colto, in inverno lo si serba: tutto ciò accadeva allo stesso modo, al tempo di Yu come all'epoca di Jie. Con Yu regnò l'ordine, con Jie il disordine; ordine disordine non dipendono affatto dalle stagioni.
Dipenderebbero forse dalla terra? Chi ha la terra vive chi la perde muore; con Yu regnò l'ordine, con j e disordine; ordine disordine non dipendono affatto dalla Terra. "
L'inizio di questo capitolo dedicato al cielo è la risposta di Xunzi alle correnti cosmologiche del suo tempo, di cui egli riprende deliberatamente la terminologia divinatoria. Mentre tutte le speculazioni della scuola Yin/Yang e della tradizione associata al classico dei mutamenti sono interamente fondate sulle nozioni di "corrispondenze" fra mondo naturale ed eventi umani, Xunzi insiste invece sulla "distinzione fra cielo e uomo", sottolineando che quest'ultimo deve gestirne nel modo migliore l'ambito in suo potere e astenersi da vane congetture su quanto lo oltrepassa. [...] Per lui, l'uomo non deve scoprire la struttura dell'universo in uno sforzo orientato alla conoscenza pura (e dunque inutile e vana), ma deve conferirvi ordine (LI). A questa nozione, che designava nel Chuang Tzu un principio naturale inerente alle cose, Xunzi è senza dubbio il primo a conferire una vera funzione strutturante ed ordinatrice.[...]
Mentre il pensiero della fase precedente concepiva l'uomo in un rapporto di continuità rispetto al cielo – Chuang Tzu tirava la coperta verso il cielo e Mencio verso l'uomo, ma nei due sensi v'era comunque continuità – Xunzi opera nettamente la distinzione: da un lato, vi è il cielo che compie la sua attività generatrice, dall'altro, l'uomo che esercita il suo ruolo ordinatore. A fronte di Xunzi che, da buon confuciano, prende il partito dell'uomo, si schiera Lao Tzu , che dissocia anch'esso radicalmente il cielo dall'uomo, ma per meglio identificarlo con ciò che chiama Dao.
L'intero Xunzi si può leggere come l'apologia militante di un umanesimo ritualistico di fronte alla crescente preponderanza, nel III secolo a.C. delle concezioni naturalistiche. Queste tendono a isolare la corrente confuciana, il cui fondamento rituale è rimesso in discussione per il suo carattere specificamente umano, culturale e non naturale punto in tale contesto ci vuole tutto il vigore di un Xunzi per salvare L'Eredità confuciana.[...] L'opera è dunque costruita su un duplice paradosso: l'uomo, pur costituendo un essere vivente generato dalla natura, possiede tuttavia la capacità di coltivare in sé la saggezza e l'armonia sociale prodotta dai riti non naturali, che pertanto oltrepassano tutto ciò che la natura umana può comportare di innato.
Questo duplice paradosso è illustrato al capitolo 23 il cui titolo, "la natura umana è malvagia", rappresenta di per sé tutto un programma.[...] Il capitolo si apre sull'ostentata dichiarazione di guerra a Mencio. Xunzi [...] non si priva del gusto di attaccare la "setta", senza dubbio perché essa non propende abbastanza verso la sua opinione:
"La natura dell'uomo è malvagia; ciò che vi è di buono in essa è artificialmente acquisito. [...] Se dunque si lascia libero corso alla natura dell'uomo, assecondandone le caratteristiche intrinseche, non si potrà che cominciare a contendersi i beni, seguitare nel senso contrario alla loro equa ripartizione e alla loro positiva organizzazione, e finire nella violenza.[...] È dunque necessario fare intervenire la trasformazione operata dalle norme e dai maestri, dal Dao dei riti e del senso morale, per poter quindi cominciare nella deferenza e nella modestia, seguitare nel senso della cultura e dell'ordinamento, e finire in una situazione di ordine. Alla luce di queste considerazioni, è chiaro che la natura umana è malvagia, e che ciò che ha di buono è artificialmente acquisito ".
[...] La natura umana per lui deve essere raddrizzata a forza, come un legno contorto, affilata come un metallo smussato: sono immagini di una deliberata brutalità, che evoca alquanto lo spirito legista e il suo intento di rinforzare l'uomo fondendolo nello stampo delle leggi.[...] Se la natura umana si riduce agli appetiti animaleschi, l'origine del senso morale deve essere cercata altrove, nello sforzo di cultura di cui l'uomo è capace; in tal senso, "ciò che la natura umana di buono e artificialmente acquisito".[...]
Anche per lui la nostra natura procede dal Cielo – ma si tratta di un cielo amorale (come lo concepiscono i taoisti, i legisti e, in generale, tutte le correnti non confuciane); per Mencio, invece, è proprio perché procede dal cielo che la nostra natura possiede dei germi di moralità. Vi è dunque, secondo Xunzi, la natura bruta, generata da un cielo concepito come amorale, e, dall'altro lato, l'"acquisito", cioè tutto il lavoro speso dall'uomo per fare di se stesso un essere umano. [...]
Per Xunzi, ciò che è innato, [...] non include nulla che predisponga la natura umana alla moralità. L'uomo emerge dall'animalità bruta unicamente per forza della sua intelligenza. E' questa a fargli comprendere che il suo interesse sta sul versante dell'ordine, nozione onnipresente nel pensiero di Xunzi, al punto di soppiantarvi quella di bontà. L'uomo è suscettibile di moralità in virtù della sua capacità di discernimento (zhi) che gli rappresenta ciò che va meglio per lui, ossia un ordine armonioso che gli consentirà di soddisfare i suoi desideri (idea moista per eccellenza). [...] Ora, questa intelligenza è opera del cuore– animo (xin) che giudica se un'azione intrapresa per soddisfare un desiderio sia moralmente ammissibile, o sia invece soltanto materialmente possibile. Mentre in Mencio il cuore–animo viene ad arricchire il potenziale morale della natura umana, in Xunzi è trattato in termini moisti, utilitaristici, come capacità di scegliere soppesando i pro e i contro, illustrata dalla metafora della Bilancia ripresa anch'essa dal Mozi. Il giudizio morale si esprime ormai in termini improntati alla logica moista, e l'alternativa che si pone è fra ciò che è ammissibile e ciò che non lo è. [...]
NELL'ANALISI DI CIÒ CHE COSTITUISCE LA NOSTRA UMANITÀ, XUNZI PASSA DUNQUE DALLA NATURA BRUTA, ANIMALESCA, AL CUORE– ANIMA, FACOLTÀ' SPECIFICAMENTE UMANA DI GIUDICARE E DI ASSEGNARE DEI VALORI, E PERCIÒ DI TRASFORMARE LA NATURA IN ENTITÀ ETICA. PER DIRLA ALTRIMENTI, LA NATURA UMANA VA CERTAMENTE DEFINITA IN TERMINI BIOLOGICI, MA ESSA INCLUDE ANCHE LA CAPACITÀ DI PORRE DELLE DISTINZIONI, CIOÈ DI AFFINARE ED ELABORARE LE PROPRIE PREDISPOSIZIONI ISTINTIVE. ECCO COME XUNZI, MUOVENDO DA UNA CONCEZIONE MOIZZANTE DELLA NATURA UMANA, FINISCE PER RICONGIUNGERSI ALLA VISIONE CONFUCIANA.
Questa parte "artificiale" che viene ad esser costruita nella natura umana implica che tutte le qualità etiche sono acquisite a forza di apprendimento. Di qui l'importanza primaria che riveste per Xunzi l'apprendere, sul piano individuale e collettivo, per cui l'esperienza accumulata nel tempo assume la forma della cultura (wen). A differenza di Mencio, Xunzi vede la nostra umanità non già nella nostra natura, ma nella nostra cultura. [...] Significativamente, il senso morale di cui Xunzi parla non è più associato per lui, come accadeva in Mencio, al senso dell'umanità, ma ai riti, ed egli si spinge fino al punto di dichiarare che esso è "fabbricato" dai santi, così come recipienti utensili sono forgiati da vasai ed artigiani.[...] Mentre Mencio aveva in linea di principio rifiutato l'analogia con il vasaio e l'artigiano precisamente per dimostrare che il senso morale è inerente alla nostra natura, Xunzi afferma invece che la moralità è una mera fabbricazione, totalmente estrinseca alla natura umana, ricollegandosi così alle tesi moiste e legiste. Ma, diversamente da questi ultimi, Xunzi si adopera a fare della moralità una "seconda natura" dell'uomo, asserendo che i santi generano la moralità, allo stesso modo in cui il cielo genera la nostra natura.[...]
Il segreto del successo dell'uomo risiede, secondo Xunzi, nel fen, principio di equa ripartizione delle risorse, ma anche di gerarchia sociale. Tale aspetto, mutuato direttamente, ma senza riconoscerlo, dal tardo moismo, è di primario importanza, perché spiega la comparsa dei riti e della moralità.[...] Non è dunque affatto sorprendente che Xunzi dedichi ai riti un capitolo intero, di cui si dà qui il brano iniziale:
"Qual è l'origine dei riti? L'uomo nasce con desideri. Se non ottiene quanto desidera, non si acquieta se non quando abbia ottenuto di soddisfarli. Se ne cerca la soddisfazione senza darsi misura i limiti di ripartizione, ne sorgerà contesa, e dalla contesa il disordine, e dal disordine, distruzione penuria. Gli antichi sovrani aborrivano tale disordine; perciò istituirono i riti e il senso morale, per garantire una ripartizione che appagasse i desideri degli uomini e rispondesse alle loro esigenze, in modo che i desideri non eccedessero la misura dei beni, e che i beni fossero sempre in misura adeguata rispetto ai desideri. Gli uni e gli altri, essendo commisurati, poterono così accrescersi. Tale e l'origine dei riti ".
In questo passo, è chiaro che Xunzi cerca di aprirsi una strada specificamente confuciana tra i taoisti e i moisti. Per i primi, se l'uomo vuole fondersi nella sua parte Celeste, vale a dire nel Dao, deve iniziare sbarazzandosi dei propri desideri. Xunzi, da parte sua, sceglie la parte dell'uomo, con tutto ciò che sei implica, a cominciare dai desideri che la stessa presenza dei sensi basta risvegliare. Nel moismo, i desideri sono presi in considerazione, ma in una prospettiva pessimistica in quanto, non potendo mai esser totalmente soddisfatti, sono fonte ed eterno conflitto. Xunzi ravvisa un modo di soddisfarli nel principio di ripartizione rituale, che pone un freno ai desideri e al contempo incoraggia la produzione dei beni.
È dunque muovendo da un'analisi oggettiva, antropologica, largamente ispirata al Mozi, che Xunzi giustifica la pratica dei riti: all'origine dell'umanità vi era la lotta per il possesso dei beni, foriera di disordine. Di qui la necessità di equilibrare gli appetiti di ciascuno mediante il principio di ripartizione inscritto nel senso rituale[...]. Il principio rituale consensuale, eminentemente confuciano, della ripartizione trova una lampante illustrazione nella "rettificazione dei nomi".
Questo tema tipicamente confuciana è trattato al capitolo 22, dedicato al rapporto fra nomi e cose[...]. In tale contesto, la nozione di ripartizione o di partizione [...] corrisponde all'idea che attribuire nomi significa innanzitutto dividere, demarcare, tracciare linee di pertinenza fra simile e dissimile.[...] Tutta la teoria della rettificazione dei nomi ruota attorno all'idea che conoscere è, in effetti, riconoscere distinzioni di categorie qualitative preesistenti.[...] Il santo è per eccellenza colui che è capace di classificare le situazioni a seconda delle loro implicazioni etiche e di reagire in modo appropriato vale a dire rituale.[...]
Il dichiarato convenzionalismo di Xunzi, messo al servizio del primato che egli accorda alla nozione di ordine, va in un senso più conservatore dell'innatismo di Mencio. Per Xunzi, val meglio preservare lo status quo, anche se lo si sa del tutto arbitrario e convenzionale, che rischiare di precipitare nell'anarchia a forza di voler rimettere in questione le cose.[...] Il pensiero di Xunzi è un pensiero complesso per il fatto che ambisce a prendere in considerazione tutte le tematiche apparse nelle diverse correnti filosofiche degli Stati Combattenti, integrandoli in un insieme strutturato e coerente.[...] Ma il perno centrale che mantiene la coesione dell'insieme costituito dai riti.[...] I riti sono dunque ciò che lega l'uomo l'universo, le sue origini e al suo destino.
L'IDEA SOTTESA, È CHE L'ORGANIZZAZIONE STRUTTURANTE DEI RITI NON FA CHE ADERIRE A QUELLA DELLA NATURA E RIPRODURLA. XUNZI TROVA COSÌ IL MODO DI PARARE LA DIFFUSIONE DELLE CONCEZIONI NATURALISTICHE, INTEGRANDOLE NELLA PROPRIA VISIONE ED AGGIUNGENDOVI UN'ALTRA DIMENSIONE, QUELLA DELL'UOMO. STA QUI CIÒ CHE ESPLICA TUTTE LE APPARENTI CONTRADDIZIONI NELLA SUA CONCEZIONE DELLA NATURA (ALTRO NOME PER IL TAO O PER IL CIELO): TALORA ETICAMENTE NEUTRA, COSÌ COME SI PRESENTA NEL PENSIERO NATURALISTICO, TALORA CONNOTATA IN CHIAVE NORMATIVA E COME FONTE DI VALORE ETICO, NELLA TRADIZIONE DEI DIALOGHI E DEL MENCIO. DA UN LATO XUNZI NEGA LA POSSIBILITÀ PER LA NATURA DI ESSERE FONTE DI VALORI E, DALL'ALTRO, RISTABILISCE UNA CONTINUITÀ FRA UNA NATURA NORMATIVA E UN'UMANITÀ RITUALIZZATA. QUESTE APPARENTI CONTRADDIZIONI SI RISOLVONO NEL PROGETTO CENTRALE DEL XUNZI, CHE CONSISTE NEL NEUTRALIZZARE IL DISCREDITO GETTATO DALLE CONCEZIONI NATURALISTICHE SUL RITUALISMO CONFUCIANO. ED È L’UOMO AD USCIRE VITTORIOSO DA QUESTA TENZONE CON IL CIELO. PUR INTEGRANDO NELLA PROPRIA CONCEZIONE LE CRITICHE PIÙ RADICALI RIVOLTE CONTRO LA VISIONE DELL'UOMO ESPRESSA DA CONFUCIO, XUNZI È STATO IL MIGLIOR DIFENSORE NELLA SUA VIBRANTE PERORAZIONE DELLA CULTURA CHE COSTITUISCE LA NOSTRA UMANITÀ. [...] PER XUNZI,, SI TRATTA DI PURIFICARE L'ANIMO PER METTERLO IN GRADO DI PERCEPIRE IL MONDO ESTERNO SENZA CONFUSIONE, IN TUTTA LA NETTEZZA DELLE SUE DISTINZIONI, SENZA PERDERNE DI VISTA L'ASPETTO DI TOTALITÀ BEN ORDINATA.
Eccoci arrivati anche in fondo a questo appuntamento!!!
Vi ringrazio per essere arrivati fin qui nella lettura, e vi do appuntamento, se lo vorrete, al prossimo post dove incontreremo la scuola dei legisti!
Un caro saluto
Simone
"L'UTILITA' DI UNA TAZZA STA NEL SUO ESSERE VUOTA"










Commenti
Posta un commento